Il cinema si tinge dei colori sociali del calcio in occasione del centenario della storica società sportiva Aurora Pro Patria. Tra i festeggiamenti bustocchi per l’anniversario della fondazione, non poteva mancare un momento puramente contemplativo: il documentario 28/2/19 Cento anni di passioni di Claudio De Pasqualis porta sul grande schermo le immagini e i racconti che che ricostruiscono la storia della Pro Patria.

Una produzione dell’Istituto Cinematografico Michelangelo Antonioni di Busto Arsizio e la BA Film Commission che è stato mostrato al pubblico per la prima vota lo scorso marzo durante il BAFF Film Festival. Il documentario si compone di sequenze girate nel mitico stadio Carlo Speroni, di allenamenti e immagini provenienti dal repertorio dell’Istituto Luce e delle Teche Rai. Non manca un excursus al Pro Patria Museum e una serie di rarità tratte dall’archivio del Pro Patria Club. Un film di ’45 che è la sintesi di un grande lavoro di montaggio che mixa documenti audiovisivi d’epoca con le interviste di oggi. 

L’Aurora Pro Patria non è la squadra più antica in assoluto, ma di certo è impressa nella memoria di ogni sportivo. Con i suoi 100 anni di attività ininterrotta, tra traguardi e disillusioni, ha dipinto con le sue righe orizzontali bianche e blu una parte della memoria calcistica nazionale. 

Di seguito le parole del regista, Claudio De Pasqualis, che spiega la genesi e lo spirito di 28/2/19 Cento anni di passioni:

«Quando l’Istituto Antonioni mi ha contattato per propormi di dirigere un documentario sui cento anni della Pro Patria, ho accettato immediatamente. Onorato per essere stato preso in considerazione, ma soprattutto per avere l’opportunità di trattare cinematograficamente, la mia vera e unica passione: il calcio. Perciò eccomi qui, a fare ricerche d’archivio e leggere libri sulla storia dei tigrotti. In questi giorni sto intervistare persone straordinarie, quasi mitologiche, capaci di ricordare anno per anno, partita per partita un secolo di calcio biancoblù. È un impegno importante, faticoso e difficile, ma se non dovessi soddisfare tutti, di una cosa sono certo, sarò senza dubbio perdonato, perché si accorgeranno che anch’io appartengo anima e corpo a quella che l’antropologo Desmond Morris chiama “La tribù del calcio”».

 

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