Se in apertura dell’ottava edizione del Nordic Film Fest abbiamo avuto modo di assistere alle ottime performance dell’attrice Alba August nel lungometraggio di apertura Becoming Astrid, ecco che, in chiusura della manifestazione cinematografica romana, è stato proiettato in anteprima italiana A fortunate Man diretto proprio dal noto regista Bille August, padre dell’artista.

Tale prodotto, uno dei titoli di punta del festival, è tratto dal romanzo Lykke Per, del Premio Nobel Henrik Pontoppidan e narra le vicende del giovane Peter Sidenius (Esben Smed), proveniente da una famiglia cristiana e da sempre sofferente a causa del difficile rapporto con suo padre. Il giovane, con una grande passione per l’ingegneria, si trasferirà a Copenaghen, al fine di far finanziare i propri progetti. Qui il ragazzo inizierà a corteggiare la bella Jakobe (Katrine Greis-Rosenthal), erede di una ricca famiglia di origini ebraiche che potrebbe finanziare i suoi progetti. Ma quale peso avrà il suo passato nel relazionarsi con il mondo intero?

Quello di fronte a cui ci troviamo è un melodramma dalla lunghissima durata, il quale, tuttavia, scorre abbastanza velocemente data la naturale predisposizione del regista nei confronti di questo tipo di storie. Particolarmente interessante, in A fortunate Man, è la caratterizzazione dello stesso Peter: una sorta di Barry Lyndon di fine Ottocento, talmente concentrato su sé stesso e sui propri progetti, da dimenticare tutto e tutti. Persino i suoi famigliari. E così, progressivamente, assistiamo – analogamente a quanto avviene nel capolavoro di Kubrick – prima alla rapida ascesa, poi al progressivo – e alquanto repentino – declino del protagonista stesso, con il quale il regista non sembra praticamente mai empatizzare. Salvo una volta scoperta la sua definitiva vocazione.

Vero cavallo di battaglia dell’intero lavoro è, dunque, un’ottima caratterizzazione dei personaggi, con tanto di riuscita introspezione psicologica frutto di uno studio e di un lavoro a dir poco minuziosi.

Bille August, dal canto suo, come già detto, è particolarmente nel suo, quando si tratta di mettere in scena saghe famigliari (non dimentichiamo La Casa degli Spiriti, del 1993) o amori tormentati. E se, questo, da un lato, è assai positivo per quanto riguarda la gestione dei personaggi – con tanto di dettagli e primi piani mai eccessivamente sottolineati, ma adoperati in modo tale da tracciare un ritratto esaustivo di chi è in scena – dall’altro prevede anche tempi spesso eccessivamente dilatati e – soprattutto – un sempre costante ed eccessivamente invasivo commento musicale atto a sottolineare in modo assai ridondante e a tratti urticante la drammaticità degli eventi. Cosa che, com’era facilmente da prevedere, è accaduta anche in A fortunate Man.

A fortunate manEppure, il prodotto, nel suo complesso, tutto sommato è godibile e ben scritto, fatta eccezione per determinati snodi narrativi rimasti troppo impliciti (vedi la scelta della moglie di Peter) che, nel presente caso, avrebbero meritato un’attenzione maggiore.

Eppure, malgrado ogni qualsivoglia imperfezione, è proprio il finale a far guadagnare parecchi punti all’intero lavoro: l’immagine di Peter che, camminando con l’aiuto di un bastone, passeggia sulle scogliere danesi avvicinandosi sempre di più al mare – con una fotografia che ricorda ora i dipinti di Turner, ora quelli di Kaspar David Friedrich – è quanto di più poetico e contemplativo ci sia.

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