A Herdade, il lungometraggio d’esordio del regista Tiago Guedes, presentato in corsa per il Leone d’Oro alla 76° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, si presenta immediatamente come un’opera monumentale. E non solo per la durata di ben centosessantaquattro minuti. Con il presente lavoro, infatti, il regista si è prefisso l’obiettivo di mettere in scena, attraverso una lunga saga famigliare, un importante capitolo di storia del Portogallo. Operazione riuscita? In parte sì. Ma andiamo per gradi.

Tutto si apre con il suicidio di un ragazzo: si tratta del fratello del giovanissimo João Fernandes, il quale viene immediatamente costretto da suo padre a un confronto diretto con la morte. E così, in un lasso di tempo che va dagli anni Quaranta fino ai primi anni Novanta, vediamo, attraverso le vicende del protagonista – divenuto ormai adulto e stimato proprietario terriero di una delle più grandi tenute del Portogallo – la dittatura fascista e la successiva Rivoluzione dei Garofani.

Al fine di mettere in scena tutto ciò, dunque, appare chiaro quanto il presente A Herdade sia un’opera estremamente impegnativa, all’interno della quale è molto facile che si verifichi qualche scivolone. E il fatto che la tal cosa sia un’esperienza praticamente nuova per Tiago Guedes, fa sì che il sopracitato rischio si faccia ancora più elevato. Eppure, nonostante ciò, il regista ha saputo a suo modo cavarsela, pur avendo dato vita a un lavoro sotto alcuni aspetti decisamente sbilanciato.

A Herdadde di Tiago Guedes venezia 76Al fine, dunque, di mettere in scena questo importante capitolo di storia del Portogallo, paradossalmente ciò che ne risente di più è proprio la rappresentazione della rivoluzione stessa, la quale ci appare quasi “scollata” dal resto della messa in scena e che viene letteralmente soffocata dalle vicende famigliari del protagonista.

Ed è proprio questa la forma principale di un lavoro come A Herdade: quella di una saga famigliare in cui i personaggi, grazie a un lavoro di scrittura complessivamente buono, emergono a 360°, con un capofamiglia che spicca su tutti e che vede nel bravo Albano Jeronimo un più che degno interprete. E se, al contempo, un’ulteriore critica che si può muovere al presente A Herdade è proprio quella di assumere, man mano che ci si avvicina al finale, i toni quasi della telenovela sudamericana (proprio volendo essere cattivi), ecco che nelle vicende dei personaggi l’intero lungometraggio vede, al contempo, la sua maggiore forza, con tanto di ulteriore, singolare protagonista rappresentato dalla tenuta stessa, custode di ogni più impensabile segreto, ottimamente rappresentata grazie a sapienti totali e campi lunghi.

Un’operazione importante e tutt’altro che facile, dunque, per una resa finale che a tratti convince poco, ma che, nel complesso, fa di questo primo lavoro di Tiago Guedes un prodotto più che dignitoso, il quale vede come più importante peculiarità proprio il suo inizio e la sua fine – con una struttura rigorosamente ellittica – in cui il protagonista, prima bambino, poi nella piena maturità, scappa verso una piccola torretta in pietra – sotto i rami di un grande albero – al fine di trovare rifugio dalle avversità della vita in un torrido pomeriggio d’estate.

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