Robert Rodriguez con Alita – Angelo della battaglia, cinque anni dopo il discutibile Sin City – una donna per cui uccidere, torna a dare corpo alla sua visione cinematografica e pazienza se questo corpo sia meccanico e tecnologicamente avanzato; come si evidenzia anche nella sceneggiatura di James Cameron forse la tecnologia e gli esseri inanimati possono essere più umani dell’uomo stesso.

Alita – Angelo della battaglia è l’adattamento del manga omonimo scritto da Yukito Kishiro nel 1990.

La narrazione comincia trecento anni dopo la “Caduta”, la classica apocalisse fantascientifica incipit di quasi tutte le distopie sci-fy, però la coppia Cameron-Rodriguez sceglie di mantenere al minimo l’esposizione esplicita della backstorie , rinunciando da una lato alla rivelazione che in qualche modo collega il futuro al passato, ma dall’altro pone molto di più l’accento sull’eroina del film.
Alita è un cyborg che non ricorda niente del suo passato, nemmeno il suo nome. È un personaggio innovativo pur ponendosi a metà strada tra Pinocchio e Frankenstein: come il burattino di Collodi, ha un costruttore che le fa anche da padre e che cerca di metterla in guardia dai pericoli dai quali sembra ciecamente attratta; in comune col mostro di Mary Shelley invece ha l’anima triste e la voglia di capire chi è realmente.

Il cervello e il cuore ad antimateria di Alita vengono scoperti in cumulo di ferraglia dal Dottor Ido, un Cyber-chirurgo che ripara le creature innocenti e i poveri disperati che popolano Iron City. Alita viene ricostruita da Ido e ben presto si rende conto di essere letteralmente una macchina da guerra, pronta ad eliminare chiunque ostacoli il suo cammino.
Le abilità nel combattimento sono fondamentali ad Iron City perché possono essere la marcia in più per vincere il motorball, assurda e violentissima competizione su pista che permette al vincitore di lasciare la città per trasferirsi nella metropoli aerea di Zalem, dove vivono solamente i cittadini ricchi.

Attraverso pochi dettagli e brevissimi flashback che mostrano abbastanza, ma non tutto, riusciamo a riempire gli spazi vuoti della mente di Alita e intanto ci si apre davanti uno spettacolo frenetico e modernissimo, illuminato da luci al neon, unto di grasso di motore e sporco di polvere ed immondizia che ricorda molto da vicino gli anni ’80 e ’90 di Terminator, Atto di forza o Blade runner.

Alita – Angelo della battaglia, dal punto di vista filmico, corre su due binari paralleli: lo sfoggio preciso e lucidissimo di tecnologia che rende il film unico e eccezionale e i rimandi al genere della fantascienza che si rafforzano grazie alla fotografia torbida e granulosa.

Lo sguardo dello spettatore è riempito dalle immagini in IMAX 3D e soprattutto è stupito dai grandi occhi di Alita che costantemente ci ricordano che l’eroina del film non è del tutto umana, ma trasmettono anche una sensazione di profondità e di tenerezza delineando il personaggio come l’unico essere puro capace di provare ancora le emozioni che contraddistinguono la nostra specie.

La sceneggiatura di James Cameron non ha inutili orpelli e va dritta a bersaglio senza perdersi in superflue spiegazioni e in tempi morti e Robert Rodriguez dimostra di essere stato l’uomo giusto per dirigerla. Il regista di Desperado sembra rinvigorito dal materiale a disposizione e finalmente realizza un’opera degna del primo Sin City, creando una affascinante distopia che fuoriesce luccicante dalla sua testa e fa desiderare allo spettatore di vederla attraverso i grandi occhi di Alita.

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