Direttamente dalla Sezione Confini della 76a edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, ecco arrivare il film American Skin, opera numero due del nuovo astro del cinema afro Nate Parker, un nome nato innanzitutto come interprete (lo abbiamo visto al fianco di Denzel Washington in The great debaters – Il potere della parola nel 2007), per poi esordire dietro la macchina da presa nel 2016 con l’ambizioso The birth of a nation – Il risveglio di un popolo, storia dello schiavo Nat Turner (interpretato sempre dallo stesso Parker).

Con American Skin il nostro autore intende radicarsi sulle strade di Los Angeles, parlando di una piaga razziale ormai arcinota in quelle zone, come il rapporto tra le forze dell’ordine e la comunità di colore, uno scontro che ha sempre dato dei risultati tragici con conseguenze sempre più estreme.
Su ciò Parker quindi decide di raccontare la storia di Lincoln Jefferson, ruolo sempre da lui ricoperto, un veterano di guerra di colore che vede il suo quattordicenne figlio perire accidentalmente sotto i colpi di un’arma da fuoco, brandita dall’agente Mike Randall (Beau Knapp).
Distrutto dal dolore, il povero genitore sente innanzitutto di dover raccontare questi fatti in un documentario, diretto dal giovane studente Jordin King (Shane Paul McGhie), per poi andare oltre compiendo il più folle dei gesti; prendendo in ostaggio l’intero dipartimento di polizia, con l’aiuto di un gruppo di fidati amici ed ex commilitoni, Lincoln pretende di ottenere quel processo che mai la giustizia gli ha consentito di avere, facendo a modo suo e minacciando di morte chiunque gli si metta contro.
Ed il tutto mentre la telecamera di King riprende senza sosta, documentando così una tragica pagina nata dalla disperazione di un amorevole padre.

American skinChi ricorda un nome come Rodney King non può dimenticare quindi quel fatidico 3 marzo del 1991, dove quest’ultimo fu malmenato da diversi agenti del Los Angeles Police Department, mostrando così pubblicamente una piaga che da tempo infestava quelle strade, ovvero i contrastanti rapporti tra la comunità di colore e le forze dell’ordine. Un clima che ha visto sempre più sopraffare i diritti umani sotto la costante presenza di una legge violenta, che sia di strada o voluta dagli alti vertici, sviscerando quindi il peggio di ogni gesto insano mietendo vittime innocenti, con o senza divisa.

Parker decide a suo modo di incidere su questo argomento, portando con American Skin un processo mediatico all’attenzione di tutti, un’opera che si dimena tra il genere P.O.V. (cioè vissuto in soggettiva tramite l’occhio di una telecamera) e la pura fiction d’intrattenimento, citando innanzitutto un paio di capisaldi del cinema diretti dal grande Sidney Lumet, ovvero La parola ai giurati e Quel pomeriggio di un giorno da cani, più qualche riferimento al John Q. di Nick Cassavetes (con protagonista Washington).
Quello che ne esce è un prodotto arrabbiato e senza fronzoli, che vorrebbe sconvolgere alzando il tiro sul filo della tensione e tramite i rapporti tra i suoi tesissimi personaggi, faccia a faccia con la dura realtà di determinati fatti che avvengono tra uomini in divisa e uomini di colore.
Parker, sceneggiatore, regista e protagonista del suo film, getta nel calderone quanto di più ideologicamente possibile a riguardo, parlando di qualsiasi comunità losangelina, che sia afro o ispanica, e mettendoli a confronto con la dura realtà della legge, ma non quella dei palazzi distrettuali bensì quella umana.

American Skin nella sua pochezza di durata (meno di 90 minuti veloci e ben condensati) riesce a dire di tutto e di più, tramite forti interpretazioni (diligente Parker, ma il meglio lo dà Theo Rossi nella parte dell’agente Dominic Keys), salvo però sembrare veramente ridotto all’osso quando si arriva all’improvviso, pessimista, finale.
A suo modo fin troppo gratuito nelle intenzioni (argomenti del genere meritano maggior approfondimento), ma arriva in fondo dando l’indispensabile e nulla più.

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