Dopo la visione di At Eternity’s Gate, in concorso alla 75° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venzia, si potrebbe dire che fra artisti, in fondo, ci si intende sempre. Dopo aver diretto, nel 1996, Basquiat (dedicato all’artista e writer newyorkese Jean-Michel Basquiat) Julian Schnabel torna dietro la macchina da presa per ripercorrere gli ultimi anni della vita di Vincent Van Gogh.

Il rischio di una catastrofe o della realizzazione dell’ennesimo biopic sullo sfortunato pittore olandese era molto alto ma, forse, proprio la primaria professione di Schnabel – artista contemporaneo fra i più quotati di New York – gli ha permesso di compiere una profonda indagine fra dinamiche storiche e fragilità personali di un uomo di immensa sensibilità.
Scandito da stacchi neri in cui è la voce di Van Gogh – interpretato da un superlativo Willem Dafoe, probabile Coppa Volpi 2018 per la miglior interpretazione maschile – a svelare i suoi desideri e le sue paure, il racconto si sviluppa nei luoghi in cui il suo talento ha potuto liberarsi e condurlo, sebbene con non poche sofferenze, alle porte di un’eterna ammirazione.

Se la città di Arles è scenario del libero vagabondare artistico, del labile equilibrio fra accettazione e dissenso da parte degli stessi contemporanei, ma soprattutto del complesso legame fra Vincent e Paul Gauguin; il manicomio di St. Remy è la sconfortante, triste e spiacevole rappresentazione dell’incapacità di comprendere la bruciante necessità di accettazione di un essere delicato.
Nei costanti sprazzi oscuri che costellano questo determinato tempo, prima della fine, ad avere la meglio è comunque la calda, energica ed ispirante luce imprigionata nelle tele del pittore, e con lei l’incessante affetto e il solido legame fra i fratelli Van Gogh. Sono numericamente poche le scene in cui Theo accorre dal fratello in difficoltà, ma quando accade la manifestazione di amore puro è talmente forte da essere percepita anche laddove sembri vincere la disperazione.

Il desiderio, realizzato, di Schnabel – che trovò l’ispirazione per questo film dopo aver visitato, con lo sceneggiatore Jean-Claude Carrière, l’esposizione Van Gogh/Artaud: The Man Suicided by Society, tenutasi al Museo d’Orsay di Parigi nel 2014 – era evidenziare il fatto che verso il temine della sua vita, Van Gogh era conscio di avere una nuova visione del mondo, che il suo modo di dipingere era completamente diverso dagli altri, e anche se la volontà di essere apprezzato era notevole, non avrebbe mai tradito se stesso e la sua arte.

Ad un riflessivo e quanto mai prosaico Gauguin (a cui Oscar Isaac presta il volto) dedito alla contemplazione passiva e ragionata del mondo, si discosta un impulsivo, febbrile e autentico Van Gogh, che lascia al frenetico gesto il compito di immortalare il momento, nell’immediato presente. Non è un caso, anzi è una sapiente scelta, quella compiuta da Schnabel di scegliere esclusivamente la camera a mano, per immergere lo spettatore in una narrazione tanto fisica quanto mentale, come se ponendo la macchina da presa a pochi centimetri dallo sguardo del protagonista si possa percepire il suo mutevole stato d’animo.

La regia furiosa, instancabile, al limite della vertigine è rasserenata dalla rigenerante presenza dei paesaggi naturali, che avvolgono l’inquieta anima di Vincent e da una fotografia in cui è l’immancabile giallo cromo a prevalere in questo che è, forse, il più garbato omaggio al genio di Van Gogh.

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