La sfida più grande per Avengers: Infinity War, primo punto di arrivo per la Fase 3 del Marvel Cinematic Universe, nonché celebrazione di 10 anni di storie e di 20 film all’attivo, era bissare (o superare) il successo del 2012 con The Avengers, in cui Joss Whedon era stato capace di dare il giusto spazio a tutti insieme e ad ognuno da solo, riunendo per la prima volta sullo schermo i più grandi supereroi della Terra.

Joe e Anthony Russo, i fratelli dietro la macchina da presa in Captain America: The Winter Soldier e Captain America: Civil War, in questa “guerra dell’infinito” hanno dovuto mettere insieme sullo schermo una ventina di supereoi della Casa delle Idee per la minaccia più grande vista finora: Thanos. Un’impresa titanica, proprio come il villain che vuole raccogliere tutte le Gemme dell’Infinito per controllare i sei aspetti fondamentali dell’universo. Seppur con qualche difetto, i Russo Bros hanno superato l’esame a pieni voti. Soprattutto perché hanno portato ai massimi livelli un aspetto quasi elementare ma molto importante che finora aveva distinto il MCU e che ha ispirato il resto del cinema contemporaneo (ultimo esempio eclatante Assassinio sull’Orient Express): la struttura seriale.

Portato all’ennesima potenza in Avengers: Infinity War, questo gioco a incastro ha finalmente unito tutte le parentesi, piccole o quadre, aperte in 10 anni di onorata carriera. Un’emozione per i fumettisti più accaniti, ma anche per chi ha seguito il MCU proprio come si segue una grande serie tv, giunta ora alla terza stagione. Non solo per le battaglie magistralmente coreografate e molto presenti – parliamo sempre di supereroi, in fondo – ma soprattutto per il veder riuniti per la prima volta nella storia così tanti beniamini in celluloide, che man mano fanno la reciproca conoscenza, unendo vari archi narrativi, con le conseguenze del caso.

La struttura seriale si evince non solo dalle varie storyline di cui sopra ma anche e soprattutto dal clamoroso finale, dalla cui risoluzione dipenderà gran parte della riuscita di questo film, ma che al momento lo inserisce dritto dritto nella serialità di matrice lostiana (un prodotto Disney, guarda caso) dei vari J.J. Abrams, Damon Lindelof, Carlton Cuse, Adam Horowitz, Edward Kitsis, e via discorrendo. Nulla è lasciato al caso nell’universo cinematografico Marvel: da quei pochi che mancano all’appello alla – mai come ora così importante – scena post credits. Infinity War inizialmente doveva essere diviso in due parti, e una volta visto appare chiaro il perché: ora che non è più così Avengers 4 (in arrivo tra un “solo” anno, nel 2019) è avvolto nel più assoluto mistero a parte il fatto che sarà il vero e proprio finale di stagione della Fase 3 e darà il “la” alla Fase 4, che cambierà per sempre l’universo Marvel al cinema, a detta dei produttori.


Le serie tv tendono al cinema, lo si è detto tante volte, e il cinema mainstream allo stesso tempo sta letteralmente saccheggiando la struttura seriale per portarla sul proprio schermo. Con il Marvel Cinematic Universe si sono unite le parti migliori delle due arti e in questo film ne troviamo il massimo compimento. Iron Man, Hulk, Thor, Captain America, Spider-Man, ognuno trova la propria dimensione, il proprio momento. Ci sono i siparietti comici, oramai marchio di fabbrica Marvel, ma stonano poco perché ci sono altrettanti momenti drammatici e il dovuto pathos epico. C’è un villain con un movente forte, per una volta, che se ne rammarica addirittura, e nel suo rapporto con Gamora già accennato nel primo Guardiani della Galassia troviamo un epilogo davvero convincente.

Merito del ritmo avvincente della pellicola è da un lato l’aver unito i vari “poteri” dei supereroi coinvolti realizzando combattimenti davvero entusiasmanti; dall’altro, rispetto a Whedon nel primo Avengers, i fratelli Russo sono riusciti ad amalgamare i vari stili di regia degli standalone visti finora in questo maxi-crossover, senza però copiarne nessuno e senza perdere il proprio. Forti della consulenza trovata in alcuni di loro, come Jon Watts (Spider-Man Homecoming) o James Gunn (Guardiani della Galassia), non sorprende veder entrare in scena i Guardiani con musica anni ’70-’80 in sottofondo prima ancora che con le azioni, e quindi renderli immediatamente riconoscibili allo spettatore. Così come catturare in pochi fotogrammi il misticismo di Strange, la solennità di Black Panther, l’adolescenza di Peter Parker o ancora il nuovo lato camp di Thor. Un crossover in cui man mano tutti si incontrano e che non si vorrebbe avesse mai fine… cosa c’è di più seriale di questo?

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