“La natura ride alle difficoltà dell’integrazione” diceva Pierre Simon Laplace in un contesto scientifico post illuminista alla corte di Napoleone. Laplace non si riferiva nello specifico all’integrazione tra diverse culture, ma la citazione fa immaginare un’illuministica Natura generatrice che si scompiscia davanti alle contraddizioni dell’uomo alle prese con il proprio percorso evolutivo. E i francesi ci vanno a nozze con l’ironia sull’incoerenza del comportamento umano che distrugge gli stereotipi, i luoghi comuni e i preconcetti. Oggi ciò si traduce in una comicità spicciola di matrice transalpina che comunque fa ridere. Giù al nord e Quasi amici ne sono una prova, ma già La cena dei cretini costituisce un esempio decisamente più alto e raffinato.

Da questo background nasce l’ultimo lavoro di Philippe de Chauveron, Benvenuti a casa mia. Come per Non sposate le mie figlie, le parole chiave del film sono integrazione, contraddizione e ilarità. 
Jean-Etienne Fougerole è il tipico umanista laico dai buoni propositi sociali. Scrittore, docente universitario e figura di spicco della sinistra francese, lotta a parole per una Francia più aperta e volta a risollevare gli ultimi, i bisognosi. Durante un dibattito televisivo, l’esponente della fazione opposta lo mette davanti all’insostenibile peso dei sui vacui discorsi: perché non dà lui l’esempio accogliendo una famiglia Rom nella sua lussuosa villa? Nessun problema per Jean-Etienne. Bienvenu! Wellcome! Mi casa es tu casa… fino a quando l’invidiabile scaltrezza dei popoli gitani non ridicolizza la demagogia del politico di sinistra. Quindi tocca aprire e accogliere a braccia aperte –come recita il titolo del libro di Jean-Etienne– l’ingombrante famiglia dello zingaro Babik che s’insedia con tutta la roulotte nel curato giardino della famiglia Fougerole. 

Lontano da qualsiasi analisi sociologica approfondita o da discorsi retoricamente politici e faziosi, Benvenuti a casa mia ci racconta il dibattito d’oltralpe sull’immigrazione e l’integrazione con una serie di gag divertenti che mettono in risalto i contrasti culturali di ogni personaggio. E tra una risata e l’altra si coglie anche qualche nozione elementare che spiega il problema anche al più sciocco: «No documenti, impossibile lavorare» dice Babik che in realtà è tutt’altro che pigro. 
La storia di Benvenuti a casa mia scivola per 90 minuti al ritmo di battute esilaranti, non troppo ricercate, ma efficaci e puntuali. E in sala la risata esplode facilmente perché le situazioni sono davvero spiazzanti. Tutto è giocato sull’antinomia: Jean-Etienne è un convinto figlio del maggio francese che punta all’Eliseo con una politica di accoglienza nei confronti degli immigrati e dei Rom, ma gli zingari a casa sua non ce li vuole. Le due cose possono coesistere sul principio popolare “tra il dire e il fare…”. È proprio questa incoerenza il bersaglio della commedia del regista Philippe de Chauveron che si sbilancia fino a sfiorare vagamente il concetto di “politicamente scorretto”. 
In ogni caso, il protagonista assoluto è Babik e il suo bagaglio di valori gitani che piano piano vengono svelati durante il film. Tutti stiamo dalla parte di Babik e della sua legge primitivamente sensata.
È rilevante dire che il film è uscito in Francia lo scorso anno, proprio a ridosso delle elezioni. Di certo non si tratta di una pellicola che scuote gli animi, ma comunque mette il dito nella piaga e affronta temi cocenti attraverso una satira che non risparmia nessuno, da destra a sinistra. Non è forse questo il valore antico della commedia? 

 

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