Il 17 febbraio scorso si è conclusa la 69° edizione della Berlinale con la vittoria del lungometraggio franco israeliano Synonimes, per la regia di Nadav Lapid. E così, tra un’esultanza e l’altra, tra (come di consueto) una polemica e l’altra, è terminata, di fatto, anche l’ultima edizione che ha visto Dieter Kosslick nelle vesti di direttore artistico della storica manifestazione. Un’era, la sua, che, guardando indietro nel tempo, ha saputo sovente regalarci ottime sorprese.

Che questa appena trascorsa, dunque, si sia classificata come un’edizione qualitativamente inferiore (almeno per quanto riguarda la sezione del concorso) rispetto alle precedenti, è cosa certa. Basti pensare all’elevato numero di lungometraggi risultati, di fatto, poco idonei a concorrere per un sì ambito premio. A tal proposito, a colpire pubblico e critica per il loro scarso livello qualitativo, sono stati in particolare lavori come Der Boden unter den Füßen (dell’austriaca Marie Kreutzer) e il tedesco I wat at Home, but…, per la regia di Angela Schanelec. Il resto della selezione ha visto sì nomi interessanti – come quello di François Ozon (Grâce à Dieux), del norvegese Hans Petter Moland (Out stealing Horses) o del celebre cineasta turco naturalizzato tedesco Fatih Akin (particolarmente in forma, dopo la realizzazione di lavori altamente discutibili, con il suo The Golden Glove, vera e propria sorpresa del festival) – ma, complessivamente (e fatta eccezione per la grande Agnès Varda, fuori concorso con il suo Varda par Agnès), nessun vero capolavoro, se si pensa che soltanto lo scorso anno, all’interno della medesima sezione erano stati selezionati i lavori di cineasti del calibro di Aleksej German Jr., Lav Diaz, Wes Anderson o Erik Poppe, segno evidente di quanto i criteri di selezione siano cambiati.

E se Kosslick sia già, ormai, proiettato verso nuovi impegni, verso nuove realtà e per questo motivo abbia dedicato evidentemente una cura minore alla presente edizione? Bisognerà aspettare, a questo punto, il prossimo anno per vedere quale piega prenderà quella che si è classificata di diritto come una delle manifestazioni cinematografiche più importanti del mondo, insieme al Festival di Cannes e alla Mostra del Cinema di Venezia.

Eppure, malgrado un concorso un po’ traballante, malgrado la vittoria di un lungometraggio che, molto probabilmente, verrà dimenticato, da chi ha avuto modo di vederlo, già pochi mesi dopo la sua stessa visione, come ogni anno la Berlinale è a sua modo riuscita a entrare nel cuore di chi ha avuto modo di prendervi parte. Merito, questo, della vastissima offerta di lungometraggi e cortometraggi presenti all’interno delle varie sezioni (molti dei quali – ahimè – non verranno mai e poi mai distribuiti nelle nostre sale), come anche è merito dell’ottima organizzazione generale e, non per ultima, della bellezza e della comodità delle sale cinematografiche stesse, con i loro schermi grandi quanto un’intera parete.

Un festival, questo, che, nel complesso, raramente delude. Una manifestazione che ha dalla sua la mai scontata capacità di far sentire a casa pubblico e critica come raramente accade in contesti del genere. Quale piega prenderà, dunque, il tutto, senza la direzione artistica di Dieter Kosslick? Al momento è ancora troppo presto per saperlo. Nel frattempo non resta che ripensare alla numerose visioni regalateci in questi giorni. E arrivederci al prossimo anno!

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