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Beverly Hills Cop: non si esce vivi dagli anni Ottanta.

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Alla fine degli anni Settanta, quel volpone Jerry Bruckheimer, maestro nel produrre successi immortali di stampo cinematografico (si pensi a Pirates of the Caribbean) o televisivo (la serie CSI), propone, insieme al collega Don Simpson, un progetto per un poliziesco ambientato tra il sole e le palme di Beverly Hills.

Il protagonista doveva esserne Mickey Rourke, che però si defilò quando vide allungarsi i tempi di produzione, e così si passò al divo Sylvester Stallone. Sly, che si era già cimentato come co-sceneggiatore per la serie di Rocky, ebbe un’idea per il poliziotto protagonista che rispecchiava in tutto e per tutto la sua immagine cinematografica: uno sbirro italo-americano di nome Axel Cobretti dai modi poco ortodossi, che irrompe tra la criminalità di Beverly Hills per vendicare la morte del fratello. beverly-hills-cop-2I due lungimiranti produttori però capirono che l’idea vincente per trasformare in un successo al botteghino Beverly Hills Cop non era quella prevista da Stallone, che fu congedato in maniera consensuale (tanto che il personaggio confezionato dall’interprete di Rambo sarà protagonista del film Cobra).

Il piedipiatti di Beverly Hills diventò così il comico afroamericano Eddie Murphy, famosissimo per le sue apparizioni allo storico Saturday Night Live e già agli inizi di una promettente carriera cinematografica con i due 48 ore e soprattutto con Una poltrona per due (e ricordatevi che tra poco è Natale).

È l’inizio delle avventure di Axel Foley, e della serie Beverly Hills Cop, una saga che rappresenta in tutto e per tutto gli anni Ottanta, a partire dallo storico tema musicale di Harold Faltermeyer: impossibile non tornare indietro nel tempo riascoltando quei synth.

Eddie Murphy costruisce il personaggio partendo, per molti versi, proprio dall’antieroe Reggie Hammond, spalla di Nick Nolte nel succitato 48 ore; questa volta si è dalla parte della legge, ma Axel Foley non esita a sbeffeggiare più volte i suoi stessi superiori per arrivare, alla fine, al suo scopo di giustizia. La battuta è sempre pronta, la pistola è usata quando strettamente necessario, gli abiti sono sempre sportivi. Successo è assicurato.

Beverly Hills Cop, capostipite della saga, diretto da Martin Brest nel 1984, incassa 234 milioni di dollari a fronte dei soli 15 spesi per la produzione. Gli spettatori di tutto il mondo assistono così alle peripezie di Axel, che opera a Detroit, ma viene spedito “in vacanza” a Beverly Hills dal suo iracondo superiore per evitare il coinvolgimento nell’indagine e per scongiurare che i suoi metodi brutali facciano troppa luce sulla morte del piccolo spacciatore Michael Tandino, amico di Foley ucciso proprio mentre è in sua compagnia.

beverly-hills-cop-3Ovviamente Axel non ci sta e indaga per conto suo, inizialmente sfidando anche la polizia di Beverly Hills, impersonata dagli immancabili comprimari Taggart, attempato sergente vicino alla pensione, dal capo Bogomil e da Rosewood, giovane poliziotto alle prime armi. Ben presto però costoro diventeranno alleati dell’agente con le Nike e la giacca del college, che arriverà a smascherare un potente uomo d’affari, coadiuvato anche dalla bella gallerista Jenny Summers.

Malgrado il chiaro intento poliziesco, il film vede quasi sempre l’ironia in primo piano, grazie alle improvvisazioni e alla verve di Murphy. I due poliziotti compassati e ligi al dovere Taggart e Rosewood (col volto di John Ashton e Judge Reinhold) rappresentano le spalle ideali per l’effervescente Axel, che conquista le platee insieme all’ambientazione assolata che Beverly Hills può offrire. La pellicola, nata senza troppa pretesa d’impegno, arriva anche a conquistare una candidatura all’Oscar per la miglior sceneggiatura e due nomination ai Golden Globe, tra cui quella per miglior film commedia o musicale.beverly_hills_cop

Tutti vogliono altre avventure di Axel Foley, ne hanno bisogno e così agli spettatori basta attendere tre anni per rivedere lo spericolato detective in Beverly Hills Cop II. La regia passa da Martin Brest a Tony Scott, mentre il cast vede l’ingresso, tra le fila dei cattivi, della statuaria Brigitte Nielsen, fresca di divorzio da Sylvester Stallone e coprotagonista nel succitato Cobra.

Gli ingredienti, tuttavia, variano poco rispetto al primo film: Bogomil viene gravemente ferito in uno scontro con una banda di criminali rapinatori, e sta ad Axel Foley, coadiuvato nuovamente da Taggart e Rosewood, ma ostacolato dall’autoritario quanto incompetente sostituto di Bogomil, mettere a posto le cose.

Beverly Hills Cop II offre, in sostanza, le stesse cose del prequel, tanto da riprenderne alcune scene in maniera pressochè identica (quella del night club, ad esempio) Il ritmo è sempre frizzante e Murphy funziona ancora, essendo nel suo periodo di massima fama, ma è inevitabile il confronto con il primo film, da cui questo sequel esce battuto perchè paradossalmente è solo una copia-carbone.beverly-hills-cop-4

La conclusione della trilogia, Beverly Hills Cop III, arrivata dopo sette anni, nel 1994, vede Murphy lavorare con John Landis, colui che lo ha lanciato al fianco di Dan Aykroyd in Una poltrona per due. Le idee latitano decisamente, e l’assenza di Judge Reinhold e Ronny Cox (interprete di Bogomil) non gioca a favore di questo terzo film; la morte del superiore di Axel, personaggio apparso per una manciata di minuti nei precedenti film, è troppo poco per coinvolgere emotivamente lo spettatore e dare il giusto senso alla solitaria crociata di Axel contro la criminalità organizzata.

A differenza del secondo episodio, inoltre, anche il ritmo è fiacco, e quindi si perde la caratteristica principale e marchio distintivo della serie. Lo stesso Eddie Murphy rinnegherà questa pellicola, che guadagna anche due candidature ai Razzie Awards.

La serie di Beverly Hills Cop ha comunque il merito di lasciarci un affresco cristallino degli anni Ottanta americani talmente efficace da catapultare lo spettatore di oggi direttamente a quell’epoca, e rappresenta probabilmente la migliore prova di Eddie Murphy (senza dimenticare Una poltrona per due) di fronte alla macchina da presa, che ci regala un Axel Foley immortale e che ha visto peraltro numerosissimi cloni negli anni a seguire, nessuno però in grado di eguagliare la verve, la simpatia e la determinazione del piedipiatti di Beverly Hills.

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