“È difficile per un uomo buono essere re” dice T’Chaka (John Kani), ex monarca di Wakanda, al figlio erede al trono T’Challa (Chadwick Boseman) aka Pantera Nera. Ed è ancor più difficile per Black Panther entrare a testa alta nell’Olimpo dei cinecomic, sebbene le premesse siano abbastanza consistenti. Prima del grande salto con Avengers: Infinity War, l’ultimo film di casa Marvel prende le distanze dal surplus d’ironia alla base di Thor: Ragnarok e consegna ai fan (e non) dell’eroe felino un dramma “a conduzione familiare” dai risvolti artificiosi.

Recensione Black Panther “Qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”, recita la terza legge di Arthur C. Clarke, un adagio che rispecchia fedelmente l’energia vitale di cui si nutre il piccolo regno africano da cui T’Challa proviene. Il sottosuolo di questa regione è ricco di giacimenti di vibranio, un metallo indistruttibile che ha permesso al Wakanda di progredire a una velocità fuori dal comune. Se la remota posizione nel continente nero ha garantito in passato la segretezza di tale scoperta, ora una minaccia esterna rischia di distruggere gli equilibri della nazione.

Le proprietà “miracolose” del vibranio rappresentano il MacGuffin della pellicola diretta da Ryan Coogler, che torna a collaborare con l’attore Michael B. Jordan dopo Creed – Nato per Combattere. L’interprete del pugile Adonis conserva in Black Panther la forza bruta nei panni di Erik Killmonger, perfetta nemesi di T’Challa. Una cieca vendetta guida ogni mossa del villain shakespeariano cresciuto a pane e omicidi fin da giovane. Portatore di un estremismo votato in apparenza alla causa dei “fratelli” più deboli, il pericoloso “mercante di morte” nasconde in realtà un dolore radicato nel profondo.

Se i paesaggi da cartolina, i frammenti onirici dal sapore posticcio e i combattimenti dal dinamismo altalenante intaccano l’impianto visivo, il sotto testo politico di Black Panther offre qualche spunto riflessivo. La diaspora della schiavitù, la condizione dei rifugiati, gli effetti del colonialismo e il dovere di condividere la conoscenza sono elementi che all’inizio arricchiscono il substrato dell’opera, ma in seguito lo soffocano, sfociando in una sceneggiatura didascalica e ai limiti del logorroico. I tempi dilatati che scandiscono l’ascesa al potere di T’Challa rivelano l’intento di plasmare un epos tormentato, anche se gli ingranaggi del racconto sono palesemente esposti alla luce del sole equatoriale.Recensione Black Panther

Nonostante la presenza di attori del calibro di Andy Serkis, Forest Whitaker e Martin Freeman, rispettivamente validi interpreti del mercenario Ulysses Claw, del saggio Zuri e dell’agente della Cia Everett K. Ross, il vero Black Panther è donna. Lo dimostrano l’intelligenza creativa di Shuri (Letitia Wright), sorella di T’Challa e dispensatrice di gadget di Bondiana memoria, la determinazione di Nakia (Lupita Nyong’o), ex ragazza del protagonista e infine il coraggio sprezzante della guerriera Okoye (Danai Gurira). D’altronde un buon sovrano deve sempre circondarsi dei migliori consiglieri.

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