Nel panorama olimpico italiano, non era mai successo che una nostra pugile si qualificasse alla fase finale delle Olimpiadi, o almeno era stato così fino a Rio 2016, quando la campana Irma Testa, a soli 19 anni era diventata la prima boxeur a portare il tricolare alla fase finale.

Nata e cresciuta nella difficile realtà di Torre Annunziata, costretta a fare i conti con una dimensione familiare molto complicata e difficile, a 10 anni seguendo l’esempio della sorella, Irma si dedica alla nobile arte della boxe, scoprendo doti e qualità più uniche che rare.

In poco tempo la ragazza conquista medaglie su medaglie a livello nazionale ed internazionale, diventando suo malgrado un vero e proprio simbolo per lo sport ed il movimento pugilistico italiani.

Ma cosa ha voluto dire per questa giovanissima donna il pugilato? Come ha gestito (o non gestito) il peso dell’attenzione mediatica, della pressione, delle aspettative e speranze della famiglia, di amici e della sua città? Chi è veramente Irma Testa? Contro chi combatte quando indossa i guantoni?

A queste e molte altre domande hanno cercato di trovare risposta Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman con  Butterfly. Hanno seguito passo passo l’iter sportivo ed esistenziale di Irma negli ultimi quattro anni, dal periodo immediatamente precedente a quello successivo ai Giochi Olimpici brasiliani, dove uscì con mille rimpianti ai quarti di finale.

A metà tra il documentario e la docu-fiction, Butterfly toglie ogni tipo di certezza allo spettatore, incerto se ciò che ha di fronte sia realtà o una finzione resa più “potabile” e “avvincente” ai fini di una narrazione più appassionante.

Tuttavia non si può negare che il fillm di Cassigoli e Kauffman porti con sé una notevole dose di coraggio e originalità, nel cercare di andare oltre ciò che i media e la tv nazional popolare, hanno cercato di mostrarci di questa ragazza taciturna, forte, orgogliosa ma piena anche di fragilità e paure.

L’ottimo montaggio di Cassigoli e di Giogiò Franchini valorizza al meglio la fotografia di Giuseppe Maio assolutamente perfetta nel guidare lo spettatore nella piccola palestra diroccata di Torre Annunziata dove Irma ha cominciato a boxare, e attraverso i vicoli e la realtà degradata, ma sempre autentica, di una delle città più difficili del Sud Italia.

All’interno di questo universo fatto di luci smorzate, del grigio del cemento e delle corde del ring, si muove una ragazza sovente imperscrutabile, tesa verso un’implosione emotiva totale, apparentemente indifferente ai suoi stessi sogni e paure, ma di cui si intravede il mare di emozioni che le assale dentro.

I drammi familiari, un padre sostanzialmente non pervenuto, una madre troppo occupata a mantenere la famiglia per seguire la prole, un fratellino che rischia di perdere scuola ed occasioni e le amicizie che si frantumano per il tempo da dedicare alla palestra, in Butterfly sono sovrapposti e connessi fino a formare una sorta di collage di emozioni ed istanti.

Tuttavia proprio la scelta di creare non un documentario, ma un prodotto intermedio tra fiction e realtà, si rivela sì una scelta originale, ma in ultima analisi alquanto sbagliata: da una parte la soluzione scelta dai due registi aiuta lo spettatore a comprendere meglio l’iter esistenziale di Irma, dall’altra però rende molto più flebile l’effetto “verità” e in generale inficia la sensazione di verosimiglianza e spontaneità, che dovrebbe essere alla base di un’operazione di questo tipo.

Butterfly sicuramente colpisce il bersaglio nel mostrarci le difficoltà di una giovane sportiva, cresciuta troppo in fretta e con solo i guantoni da boxe come alternativa, in un paese talmente arretrato da farne l’ennesimo fenomeno mediatico da vendere un tanto al chilo.

Il documentario riporta la sensazione che l’Italia è sorpresa e meravigliata da una ragazza che dimostra qualità e determinazione, così come si era sorpresa di italiani di origine straniera in grado di farsi onore come un Balotelli, un Andrew Howe o un Moise Kean. Un Paese che crea e distrugge giovani idoli e simboli, che li eleva a rango di “vincenti” o “fenomeni” solo per il gusto di sputarvi sopra una volta che questi umanamente cadono. Un paese che mostra tutta la sua mancanza di cultura sportiva.

In Butterfly, la cultura sportiva dimora negli occhi stanchi e ironici del maestro Lucio Zurlo, vecchio sacerdote del ring che ha cresciuto Irma e soprattutto nello sguardo delle avversarie (mai nemiche) con cui si batte sul ring,  centro nevralgico di questo viaggio cinematografico cominciato nel 2015.

A conti fatti Butterfly è un documentario atipico, imperfetto, unico, ad immagine e somiglianza della sua protagonista, ad oggi sicuramente la più promettente italiana della sua disciplina, alla quale ha sacrificato e continua a sacrificare molto, forse tutto. 

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