Intervista al regista Ruggero Deodato, all’illustratore Miguel Angel Martin e all’editore Nicola Pesce.

I film italiani che possono essere considerati dei veri e propri cult si contano con le dita e nel nominarli sicuramente viene fuori un titolo che ha fatto e continua a far discutere: Cannibal Holocaust. La pellicola diretta da Ruggero Deodato, uscita nel febbraio del 1980, dietro alla sana e copiosa dose di violenza, cela una cruda e attenta analisi della società della sua epoca e soprattutto una sagace invettiva contro i mass media. A distanza di quasi quarant’anni esce un sequel di quello che può essere considerato l’esempio più limpido di cannibal movie, ma non vedremo corpi amputati e arti mozzati sul grande schermo, bensì assaporeremo il sangue sfogliando le pagine del volume Cannibal Holocaust 2 edito da NPE (Nicola Pesce edizioni), assaggeremo carne umana con le parole scritte dallo stesso Deodato e guarderemo mutilazioni e torture grazie alle illustrazioni dello spagnolo Miguel Angel Martin.

Abbiamo rivolto quattro domande ad ognuno dei “protagonisti” di quest’opera.

Intervista a Nicola Pesce

Nell’introduzione del volume Cannibal Holocaust 2 scrive che, all’epoca dell’uscita del film, la cattiva pubblicità non era una cosa buona come lo è oggi. Pensa che la censura fatta dai social possa fare da volano per il successo della pubblicazione?

No. Non penso che la censura imposta dai social possa fare da volano a niente. La censura imposta dai social è quella che io chiamo “censura sottile”. Censura sottile è quando statisticamente per compiacere i social le copertine di 10mila libri subiscono una determinata variazione, alcune parole scompaiono dai titoli eccetera.
Perché scompaiono? Perché altrimenti il social non consente di sponsorizzarla, e la sponsorizzazione è la differenza tra farla vedere a 10 persone o a un milione.
La censura sottile è una censura a tutti gli effetti – ha un suo senso e un suo significato – e ha delle conseguenze molto vaste sull’intera produzione.Sono felice che la copertina di Cannibal Holocaust 2sia stata un valido spunto e abbia scatenato dibattiti e riflessioni su questo argomento non da poco.

Nell’introduzione di Cannibal Holocaust 2 racconta che il volume nasce una sera a cena con Miguel Ángel Martìn. Qual è stato il lavoro editoriale per fondere in un’unica opera due autori tanto censurati quanto oggetto di culto per gli appassionati?

Ho mandato il testo a Miguel e lui ha fatto i disegni. Eheh, sì, davvero così semplice. Miguel Angel Martin ammirava da sempre i film di Ruggero Deodato e Ruggero aveva iniziato ad apprezzare Martin tramite i miei regali di fine anno. Si sono “fusi” con facilità.

Lei pubblica principalmente libri a fumetti e saggi su di essi, dando molto spazio ad opere prime, come si concilia questa attenzione agli esordienti con il mercato?

La domanda sembra investire tutta la nostra produzione: fumetti, saggi sui fumetti e opere prime. In merito ai fumetti, devo dire che il mercato dell’editoria li sta favorendo molto. Forse troppo. Questo ha implicato la discesa in campo di grandi colossi che possono schiacciarci girandosi nel sonno. Per fortuna quando ebbi la prima percezione di questa cosa isolai i diritti librari di Toppi, Battaglia, Micheluzzi, De Luca e alcuni altri, così da non poter essere insidiato nel campo del fumetto d’autore.
In merito ai saggi è davvero dura, difficilmente recuperiamo i costi, ma i saggi sono sempre stati la mia passione ed è la passione che mi muove a fare l’editore, per cui vado avanti senza interessarmi troppo del risultato di vendite. Se mi piace un saggio, si fa, indipendentemente dalla sua vendibilità.Devo dire che – passando al terzo argomento, ossia gli esordienti e le loro opere prime – l’accoglienza del mercato il più delle volte è migliore di quanto ci aspettassimo. Noi ogni volta cerchiamo comunque di fornire un volume perfetto e di impatto, dei bei cartonati, spesso a colori o con elevata foliazione. Proponiamo gli esordienti con lo stesso rispetto, cura e spesa che diamo ai grandi autori. Questo ci sta premiando molto.

Nel corso della storia di NPE edizioni probabilmente si sarà fatto sfuggire qualche autore, qual è il suo rimpianto più grande?

Fino a qualche anno fa avevo molti rimpianti. Mi era sfuggita un’opera omnia di Moebius, non ero riuscito a convincere la vedova Buzzelli a farmi pubblicare l’opera omnia del marito… poi qualcosa è cambiato dentro di me. Mi sono detto che tutti i grandi non erano grandi alla mia età – adesso mentre scrivo ho 34 anni – ma lo sono diventati a 60, a 70 anni. Per cui tutto quello che sarò e che farò come editore e come imprenditore lo vedrò nei prossimi trent’anni. Nel 2030, nel 2040 leggeremo nel pensiero e parleremo con gli alieni, per cui attendo fiducioso non tanto quello che non sono riuscito a fare nel passato ma quello che sarò riuscito a fare nel futuro.

Intervista a Miguel Angel Martin

La rivista The Face lo ha incluso nella lista dei 50 disegnatori del secolo, cosa significa questo riconoscimento alla luce delle difficoltà causate dalla censura?

Naturalmente è una cosa bella quel riconoscimento, ma preferisco il “riconoscimento” della censura che ha reso più popolari e “cult” i fumetti miei, ha, ha!

Si dice spesso che l’artista è definito dalle sue opere, dove riversa se stesso o il suo pensiero. Quanto c’è della sua storia personale in Cannibal Holocaust 2?

Cannibal Holocaust 2 è un progetto di Ruggero Deodato che io ho avuto l’onore di illustrare. Quindi non c’è niente della mia storia personale. Il fumetto mio più autobiografico è Playlove, ma in tutti i miei fumetti c’è sempre qualcosa della mia storia personale, anche in Psychopathia Sexualis e Snuff 2000, ha, ha!

A un primo sguardo i suoi disegni sembrano quasi innocenti ed essenziali. Sceglie questo tratto per stemperare la violenza o per lasciare che il messaggio sia di maggior impatto?

Il  contrasto tra i disegni quasi innocenti ed il contenuto violento e morboso non è mai stato una scelta consapevole, è arrivato così, non è voluto, solo intuitivo. Nel tempo mi sono reso conto che era una caratteristica molto personale, soprattutto  perché l’ho sentito dire ai lettori, come voi stessi adesso.

Cos’ha provato nell’illustrare il seguito di un cult cinematografico di questo calibro? Com’è stato l’incontro con un’opera inedita di Ruggero Deodato?

Come ammiratore di Deodato e di questo film, avere l’opportunità di illustrarla è stato bellissimo, perché un piacere ed un onore. Credo che l’idea di Nicola Pesce come editore di mettere insieme in un libro due artisti così censurati è buonissima. Questo progetto è stato anche l’opportunità di conoscere personalmente a Ruggero, una gentilissima e bravissima persona. Una delle esperienze più belle per me, senza dubbio!

Intervista a Ruggero Deodato

La sorte di Ruggero nel finale di Cannibal Holocaust 2 è allegoria di quello che è successo dopo il film o vuole essere una sorta di contrappasso per il protagonista che sente l’esigenza di dover pagare per qualche colpa? 

Assolutamente no il senso di colpa! Soltanto la vera curiosità d’incontrare una ragazzina all’epoca ignara di tutto e sapere della sua crescita in un ambiente che forse dopo trentanove anni non è mai cambiato.

Alla fine di The green inferno di Eli Roth compare la scritta “Grazie Ruggero”, i francesi lo definirono Monsieur le cannibal e nel resto del mondo è chiamato, a ragione, Maestro. Secondo lei perché in Italia non sappiamo riconoscere da soli dove risiede l’arte, ma abbiamo bisogno che lo dicano prima gli altri? 

Devo dire che le due definizioni hanno rilanciato Cannibal Holocaust e dopo anni finalmente, anche il nostro paese, forse è stato costretto a chiamarmi Maestro. In Italia si riconosce l’arte sempre dopo che all’estero siamo premiati. 

Chi sono oggi in Italia i veri cannibali? Siamo nelle loro fauci? 

Quasi tutta la schiera di presenzialisti che in TV si considerano dei vati.

Lei, rifiutando l’etichetta di regista horror, ha definito Cannibal Holocaust “Una pellicola di denuncia”. Bisogna essere estremi per far passare un messaggio forte? 

In Italia abbiamo bisogno di strillare, vestirci in modo strano ai festival e gridare contro tutti i media e la borghesia. Ci ho messo ventanni a far considerare il mio film un cult.


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