La differenza tra Captive State e la maggior parte dei film di fantascienza del passato è già evidente dalle scene mostrate nel breve prologo. Il regista Rupert Wyatt infatti racconta da subito le conseguenze della colonizzazione da parte di una civiltà aliena arrivata anni prima sulla Terra per sfruttarne le risorse naturali. Più che possedere i tratti tipici dello sci-fi, l’opera sembra avere il carattere di un thriller spionistico capace di muoversi sotto mentite spoglie.

Chicago, 2025. Sono trascorsi nove anni dall’arrivo dei “Legislatori” sul nostro Pianeta e Gabe (Ashton Sanders) lavora nel mercato nero con la speranza di guadagnare i soldi necessari per fuggire dalla città. Ben presto entra in contatto con la ribellione e scopre nuove verità su suo fratello Rafe (Jonathan Majors), mentre il poliziotto collaborazionista William Mulligan (John Goodman) lo vorrebbe sfruttare come informatore.

captive state

Gli Stati Uniti non hanno mai subito in prima persona l’invasione di un popolo straniero e la Chicago di Captive State potrebbe benissimo rappresentare la Parigi occupata da Hitler, anche perché la Resistenza francese non è poi così dissimile dalla Fenice, la cellula di rivoltosi composta da membri più o meno attivi che agiscono nell’ombra per combattere un nemico quasi invisibile, nascosto nel sottosuolo per i propri interessi. Gli sviluppi della sceneggiatura procedono proprio grazie agli scambi e ai repentini spostamenti di questi personaggi, introdotti di volta in volta più attraverso i loro gesti che dalle loro parole.

Ed è proprio il puro action a rappresentare la cifra stilistica e narrativa della pellicola diretta dal regista di L’alba del pianeta delle scimmie. Nella parte centrale del film la dinamicità del montaggio è sostenuta da una colonna sonora elettronica che accentua il ritmo serrato, ricalcando inoltre la fotografia dai toni cupi e un’atmosfera vagamente simile al cyberpunk low budget dell’era pre-digitale del cinema.

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Se in Captive State il progresso tecnologico sembra essersi arrestato, il divario tra ricchi e poveri invece continua ad aumentare e la libertà di ogni individuo può essere revocata anche solo con la più lieve delle infrazioni. Come in ogni dittatura che si rispetti, la giusta risposta è un sacrificio senza ripensamenti, assieme alla totale dedizione alla causa di individui determinati a lottare per il bene di tutti. Guardando attraverso la lente d’ingrandimento non è difficile vedere la metafora sull’attualità, in cui non c’è alieno che possa spaventare più di un legislatore.

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