Nino Manfredi è tornato: con il volto e la voce di Elio Germano in prima serata su Rai1 per il film In arte Nino, diretto dal figlio dell’attore, Luca Manfredi. Una dichiarazione d’amore al padre che a dispetto dei prevenuti, che già prima che il film andasse in onda lo definivano un prodotto scadente, si è rivelata una storia delicata e divertente sugli inizi difficili di Manfredi. Sopravvissuto alla tubercolosi, costretto dal padre Maresciallo a iscriversi alla facoltà di giurisprudenza, presto inseguirà il sogno di diventare attore frequentando l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico: tantissime le difficoltà, lunga la gavetta. Il film termina con l’esordio di Nino a Canzonissima, a un passo dal successo nazionale. Germano, impressionante per la somiglianza fisica, per le movenze, le espressioni, il sorriso scanzonato e lo sguardo disincantato ha saputo restituire tutto il talento e la simpatia di Manfredi in un ritratto commovente e all’altezza di un simile “monumento” nazionale.

Per la maggioranza del pubblico televisivo, Manfredi rimarrà per sempre Nino Fogliani, il vecchietto ex brigadiere, impiccione e divertente, sempre pronto a ficcare il naso tra gli affari della figlia Linda, commissario di polizia nella storica fiction targata Rai Linda e il Brigadiere, andata in onda dal 1997 al 2000. 

Nino è stato anche l’indimenticabile Geppetto del film Le avventure di Pinocchio (1971) di Luigi Comencini.
Nato a Castro dei Volsci in provincia di Frosinone nel 1921, Nino Manfredi ha indossato alcune delle maschere più rappresentative della migliore produzione del nostro cinema. E come non citare la sua interpretazione della celebre Tanto pe’ cantà? Un brano che potrebbe diventare a tutti gli effetti un inno nazionale, che gli calzava così a pennello da oscurare Ettore Petrolini, autore e voce originaria della canzone. Manfredi rimarrà sempre impresso nei nostri occhi così: a Canzonissima, sigaretta tra le dita, sguardo fiero emblema della romanità, lui che in realtà era più ciociaro che romano. 

Tra i “mostri” della commedia italiana (ricordiamo il resto della formazione: Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman) lui era quello con la faccia “pulita”, da bravo ragazzo di provincia, un po’ come Mastroianni. Tuttavia nella sterminata filmografia di Manfredi ci sono personaggi come Antonio di C’eravamo tanto amati o Marino Balestrini in Straziami ma di baci saziami: caratteri semplici, buoni, spesso schiacciati dalla vita. Non tutti ricordano, invece, quei ruoli scorretti e criminali che Manfredi ha saputo calzare alla perfezione, facendo dimenticare i personaggi bonaccioni e simpaticoni con i quali veniva spesso identificato, soprattutto agli inizi della sua carriera.

 

 

OPERAZIONE SAN GENNARO (1966)

Baffi, capelli impomatati e sguardo freddo: il “guappo” napoletano Armandino Girasole detto Dudù. In Operazione San Gennaro di Dino Risi  è difficile rivedere il “solito” Manfredi. Un personaggio senza scrupoli, un napoletano sacrilego che organizza per conto di gangster americani il furto del tesoro di San Gennaro!

Epica la scena in cui Dudù arriva addirittura a chiedere direttamente alla statua del Santo il permesso per mettere a segno il colpo: “Ma che te ne fai di un tesoro? Tu qua stai bene, non ti manca niente! Invece con 30 miliardi possiamo fare cose da far schiattare di invidia a tutti!” La chiave vincente di questa commedia “del colpo grosso” sta nel comico contrasto tra la “professionalità” americana e lo stile di vita dei napoletani (e italiani in generale) con le loro superstizioni e contraddizioni, dediti all’arte di arrangiarsi.

 

 BRUTTI, SPORCHI E CATTIVI (1976)

Occhio guercio, sdentato e flaccido, con accento pugliese, crudele e dispotico: Giacinto Mazzatella è uno dei personaggi più ripugnanti del cinema italiano, forse il “peggiore” interpretato da Manfredi. Ambientato in una baraccopoli alla periferia di Roma (girato interamente sul Monte Ciocci) Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola narra le vicende di Giacinto e della sua altrettanto sudicia famiglia tra povertà, ignoranza e promiscuità. Un film che secondo Alberto Moravia diede vita a un nuovo estetismo, raccontando un’umanità emarginata senza valori né ideali. Manfredi, libero di improvvisare, delineò il personaggio, a detta sempre dello stesso scrittore, “con straordinaria misura e sottigliezza” .

Il turpe capofamiglia Mazzatella non ha limiti. Custodisce gelosamente un milione di lire avuto come risarcimento per la perdita dell’occhio sinistro, arrivando pure a sparare a uno dei suoi figli perché sospettato di averglielo rubato; costringe la nuora ad avere un rapporto sessuale con lui; porta a casa una prostituta e la impone come sua legittima consorte a tutta la famiglia, moglie compresa; duro a morire anche dopo aver ingurgitato un piatto di pasta al veleno. Un personaggio amorale e grottesco, emblema di un sottoproletariato cinico, ignorante e senza virtù né speranze.
E quel carrozzone di povertà tornò da Cannes con la palma d’oro per la Miglior regia nel 1976.

 

SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE.    Ep. IL SANTO SOGLIO (1976)

In questo film collettivo Nino Manfredi interpreta l’episodio Il santo soglio di Luigi Magni, regista che più volte lo ha diretto in pellicole come Nell’anno del Signore e In nome del Papa re.

Ambientato nel ‘500, durante un conclave. Manfredi è il cardinale Felicetto de li Caprettari gravemente malato da diversi anni. Il suo voto per l’elezione del nuovo Papa viene conteso daicardinali Piazza-Colonna e Canareggio. Felicetto non cede alle loro lusinghe per “orientare” la scelta del nuovo pontefice  e dopo l’ennesima fumata nera i due avversari  decidono che la soluzione migliore è di eleggere un cardinale al quale rimane poco da vivere in modo da poterlo manipolare. La scelta ricade naturalmente sul moribondo Felicetto che una volta eletto Papa “miracolosamente” guarisce: ingagliardito, salta giù dal letto, le mani non gli tremano più, il suo sguardo diventa improvvisamente severo. Senza pensarci due volte condanna a morte Piazza-Colonna e Canareggio nonostante le loro suppliche: “Io so’ contrario alla pluralità, io tendo all’assoluto!” afferma cinicamente.
Una satira tagliente e raffinata sulle trame pontificie “nei secoli dei secoli”: Il santo soglio è ispirato, in particolare, alle vicende dei papi Sisto V e Pio V.

 

GRANDI MAGAZZINI (1986)

Ancora una commedia corale, diretta questa volta da Castellano e Pipolo in cui spicca per sagacia e ironia il personaggio di Marco Salviati: attore che da tempo ha imboccato il viale del tramonto, alcolizzato, antipatico, volgare e senza un soldo. Il suo agente Simoni (Leo Gullotta) gli propone di girare una pubblicità per i grandi magazzini per un compenso di un milione di lire.

Manfredi in questo ruolo esilarante ha avuto l’intelligenza non solo di ironizzare sulla sorte che spetta a molti attori alla fine della loro carriera ma anche di prendere in giro sé stesso: celebri sono gli spot che negli anni ’80 l’attore girò per una nota marca di caffè (Più lo mandi giù e più ti tira su!) e qui il suo personaggio inizialmente rifiuta sdegnato di abbassarsi a fare la réclame. Quando il suo agente per convincerlo gli fa nomi illustri prestati alla pubblicità come Tognazzi e Manfredi stesso la risposta di Salviati è caustica: “Non facciamo paragoni stupidi e fuori luogo!” 
Spinto dal bisogno di soldi, l’attore decide comunque di accettare e arrivato sul set dà vita inconsapevolmente a uno show nello stesso tempo comico e imbarazzante: riesce a ubriacarsi sul set, sbaglia l’unica battuta dello spot (Anche io compro ai grandi magazzini!) e alla fine regala il suo compenso ai macchinisti offrendo loro champagne.

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