Bertolt Brecht diceva che tutte le arti dovrebbero insegnare l’arte più difficile di tutte che è quella di vivere. Questo principio andrebbe tenuto presente soprattutto oggi in un periodo in cui  troppo spesso si confonde l’arte con l’“evento” capace di attrarre un pubblico poco motivato ma soltanto curioso di novità di qualunque genere. Alla regola non sfugge il cinema, un’arte popolare, ma niente affatto mondana la quale richiede una fruizione personale al riparo dal glamour dei tappeti rossi festivalieri con annessi selfie compulsivi accanto ai divi in passerella. Ogni film dovrebbe essere un’occasione per confrontarsi con se stessi, un’occasione in cui, grazie ai processi psichici di proiezione-identificazione che si attivano nella nostra mente durante la visione, possiamo riconoscerci nei personaggi della storia e scoprire anche aspetti nascosti del nostro Io. I casi umani che vediamo oggettivati sullo schermo riguardano anche noi con le nostre paure e le nostre debolezze e questa condivisione può farci sentire meno soli fino a produrre un benefico effetto terapeutico. Il gioco di rispecchiamenti tra spettatore e film può essere traumatico, ma in ultima analisi anche catartico nella misura in cui il cinema sa parlare a tutti e non svolga invece  soltanto una mistificante funzione di indottrinamento o di propaganda. I film sono come i sogni e come questi non vanno spiegati, ma vanno soltanto vissuti da ciascuno secondo la sua sensibilità e la sua condizione umana.
A questo criterio rispondono tutti i grandi film capaci di essere nello stesso tempo semplici e profondi come lo  sono 2001:Odissea nello spaziodi KubrickMelancholia di Von Trier e Sacrificio di Tarkovsky.
Ne consegue che un film che attraverso la poesia non ci aiuti  a vivere meglio e a ridisegnare la nostra esistenza  è soltanto, per citare Umberto Barbaro, ”vile pellicola impressionata”.

Non solo, oltre ad aiutare a vivere chi lo guarda, il cinema può anche salvare la vita a chi lo fa. Si pensi al caso del regista svedese Ingmar Bergman il quale ha compensato al suo stato di nevrotico con sindrome paranoica con la realizzazione di film con protagonisti uomini afflitti da analoghe patologie, come dimostra il suo film più crudelmente autobiografico L’ora del lupo dove il protagonista è un pittore preda di deliranti incubi che impazzisce e scompare su un’isola deserta in circostanze misteriose (a differenza del regista Bergman che continuerà a vivere girando film). Oppure si pensi al caso del regista francese Francois Truffaut salvato da un destino di delinquenza (adombrato nel suo film d’esordio I quattrocento colpi) dall’amore per il cinema trasmessogli dal critico Andrè Bazin, suo padre adottivo e mentore. Oppure si pensi  ancora al nostro maestro dell’horror Dario Argento che ha esorcizzato le sue paure oggettivando sullo schermo i suoi personali incubi mediante un processo di traslazione che investe anche gli spettatori.
Ricorda lo scrittore abruzzese Ignazio Silone che un giovane idealista della Marsica  povera negli anni Venti aveva davanti a sé soltanto due strade, o fare il regista cinematografico o diventare gangster (cosa che vale anche oggi, con la  sola differenza che adesso fare i registi è più facile, ma lo è anche diventare gangster).

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