Se io posso cambiare e voi potete cambiare, tutto il mondo può cambiare.

Con queste parole Rocky Balboa, nel lontano 1985, scendeva dal ring dopo aver sconfitto il sovietico e sovrumano Ivan Drago, ma a distanza di oltre trent’anni ci accorgiamo, vedendo Creed 2,  che i cambiamenti avvenuti sono stati ben pochi perché in fin dei conti gli otto film della saga con protagonista lo “Stallone italiano” sono praticamente uguali tra loro.

Il pregio di Sylvester Stallone, interprete e sceneggiatore di quasi tutti i capitoli, è proprio quello di modificare piccole cose, cambiare quanto basta la storia per adattarla ai tempi, ma mantenere un equilibrio vincente e decisamente appassionante, trainato da un personaggio forte, nel quale tutti possono riconoscersi perchè versione moderna dell’eroe classico (qui un approfondimento sul tema). 

L’underdog Rocky Balboa, incarnazione dell’America che cade e si rialza più forte, già in Creed – Nato per combattere aveva lasciato la scena e il ring ad Adonis Creed, figlio dell’amico e rivale Apollo. Adonis, cullato e allenato da Rocky, è ormai il detentore del titolo mondiale di boxe e viene sfidato da un misterioso energumeno russo, niente di meno che il figlio della macchina da combattimento Ivan Drago. 

Nuovamente Creed vs. Drago. Ieri contro oggi. Però, oggi, Ivan Drago non è più quello del leggendario “Ti spiezzo in due”, ma ha sviluppato un lato umano, è malinconico e porta ancora addosso il peso di quella sconfitta e l’umiliazione dell’oblio che affligge i perdenti.

Creed 2 riporta sullo schermo le medesime sensazioni già provate nelle precedenti pellicole della saga e aggiunge un’aurea crepuscolare di dolce e pacata tristezza incarnata sia da uno Stallone invecchiato (nonostante il botox) e sul viale del tramonto, sia dal terrificante campione sovietico, ormai anziano e arrabbiato con la vita che mantiene però la scintilla che potrebbe fargli indossare nuovamente i guantoni.
Le nuove leve, i nuovi campioni, hanno la spavalderia della gioventù, ma anche loro devono riscattarsi e inoltre fare da tramite per la rivalsa dei loro mentori. Se Michael B. Jordan (Creed) convince con le sue espressioni di sofferenza e di dolore, lo sguardo feroce e i muscoli ipertrofici di Florian ‘Big Nasty’ Munteanu (il figlio di Drago) stupiscono e meravigliano, anche se ad una prima occhiata sembrano esagerati fino alla caricatura. 

La regia di Steven Caple Jr. è molto scolastica, istintiva e poco ragionata, ma sufficiente per trasmettere i colpi ricevuti dagli attori anche allo spettatore: nei pochi metri del ring il sangue, i lividi e il sudore diventano metafora della vita e l’unico obiettivo è superare sé stessi per arrivare all’ultima ripresa non indenni, ma da campioni.

Ieri come oggi, abbiamo ancora bisogno della leggenda di Rocky.
Creed 2, rinnovandola, sembra volere far risplendere nuovamente quel pugno alzato sulla scalinata della biblioteca di Philadelphia, anche se è il tramonto, anche se l’eroe ha ormai deposto le armi.

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