Dal TFF35 la recensione in anteprima di Darkest Hour (L’ora più buia) di Joe Wright, ultimo biobic su Winston Churchill con Gary Oldman, in sala dal 18 gennaio 2018.  

Qualche critico maligno ha scritto che Winston Churchill «avrebbe potuto essere uno stupendo regista per un grande spettacolo di music-hall». L’uomo che fermò Adolf Hitler e sconfisse la barbarie nazista avrebbe sempre cercato il tocco eccentrico in grado di portarlo all’attenzione degli altri: il modo di far salire al cielo le volute di fumo del suo sigaro, il whisky (sempre) in mano, il mumbling continuo nella voce, l’eleganza ampollosa degli interventi oratori, l’ossessione per i bagni caldi, persino il gesto delle dita atteggiate a V, che avevano un chiaro significato provocatorio per il nemico. Ma allora perché l’Inghilterra della dignità e del coraggio, l’Inghilterra irriducibile che mai aveva conosciuto la sconfitta nella sua storia secolare, volse gli occhi al «cialtrone» e «beone» Churchill, e vi si affidò nella sua ora più buia?

Quando nel maggio del ’40 le truppe corazzate di Hitler sbriciolano l’esercito francese e insaccano a Dunkerque tutte le forze terrestri inglesi mandate in aiuto all’alleato, l’impopolare Churchill viene chiamato ad affrontare una delle prove più turbolente e definitive della sua carriera politica: sostituire Neville Chamberlain alla guida di un governo di coalizione nazionale per fronteggiare l’emergenza e negoziare una tregua con la Germania nazista che minaccia di invadere l’isola. Con il popolo non preparato all’evenienza, un re scettico e il suo stesso partito pronto a destituirlo, il nuovo Primo ministro vive la sua personale discesa agli inferi. Ma nella concitazione di quei giorni memorabili e nella claustrofobia del War Cabinet allestito per il tempo di guerra, Churchill mostrerà la stoffa del vero leader rinsaldando lo spirito di resistenza di un’intera nazione.

 

 

È davvero curioso che in una sola stagione due film tanto diversi come Dunkirk e Darkest Hour raccontino la medesima pagina della storia britannica in una sorta di controcampo diretto. Mentre l’opera di Nolan afferma l’intensità di un cinema corale e di grande impatto visivo, quella di Joe Wright lascia il conflitto sullo sfondo e conferma l’accuratezza del ritratto intimo, ponendo al centro dello schermo un gigante del Novecento come Churchill. In questo fronte interno ambientato negli uffici cupi e austeri della politica britannica è la parola, quella sofisticata e seducente dei suoi discorsi, a diventare arma infallibile di consenso e annientamento del nemico. La stessa parola che negli anni ha spinto generazioni di attori eccellenti – da Richard Burton a Brian Cox – a incarnare il celebre «bulldog» di Downing Street. L’ultimo ad aver accettato la sfida è Gary Oldman, che dopo la candidatura per La Talpa nel 2012 punta nuovamente dritto all’Oscar con un’interpretazione brillante e convincente non solo per mimesi (grazie a un trucco pesante ma non opprimente) ma anche per tensione e carisma.

Scaltro, umorale, prepotente e decisamente imprevedibile, il Churchill di Oldman è l’esatto opposto del galantuomo Chamberlain (Ronald Pickup). Chiunque ruoti attorno a lui, lo insegua per corridoi e stanze chiuse dentro e fuori dalla Camera dei Lord, sa bene quanto il suo eloquente cipiglio possa terrorizzare: ne sono vittima la timida segretaria (Lily James), re Giorgio (Ben Mendelsohn), il maligno pacifista Lord Halifax (Stephen Dillane), persino l’invisibile dirimpettaio Hitler, che non si aspetta l’ostacolo insuperabile di una volontà di ferro. Come però lascia intuire l’ottima sceneggiatura di Anthony McCarten (La teoria del tutto), dietro la burbera grinta del politico fuori dal comune si cela il cuore tenero di un uomo dalla personalità complessa, che passa con disinvoltura dalla generosità un po’ irrazionale del suo rapporto con la devotissima moglie Clementine (Kristin Scott Thomas) alla spontaneità di un inatteso bagno di folla sulla District Lane verso Westminster. Oldman si cala perfettamente nei chiaroscuri di questo eroe contemporaneo, ci conduce dentro il suo dilemma (arrendersi o combattere?), riesce persino a sublimarne le debolezze quando per un attimo resta ipnotizzato davanti ai microfoni di Radio Londra o prega Roosevelt di aiutarlo in una guerra che non può vincere da solo. Ma è quando sfodera i suoi discorsi più noti («Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore») che diventa impossibile resistere a quell’invito alla lotta: perché comunicare speranza quando la situazione è disperata, ma soprattutto farlo in maniera credibile, non è facile né per un leader navigato né per un attore di carattere.

 

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