Durante la visione di un film possiamo diventare più buoni ma anche più cattivi.
Questo duplice effetto è dovuto a quel processo di identificazione con i personaggi della storia che secondo gli studiosi di filmologia, primo tra tutti Edgar Morin, si attiva in noi mentre nel buio della sala assistiamo allo svolgersi della vicenda. La nostra è una risposta empatica che ci fa identificare emotivamente con gli eroi positivi ma anche con i peggiori criminali, anche questi dotati delle loro buone ragioni come lo sono i primi.

Un caso recente di possibile empatia pericolosa è quella riguardante il freddo uccisore di donne protagonista dell’ultimo film di Lars Von Trier La casa di Jack. Costui si sente un artista fallito (come un altro Jack, quel Torrance  visto in Shining di Kubrick) e trova nella pratica di serial killer una compensazione al suo fallimento di architetto eleggendo a opera d’arte da immortalare ogni suo ripetuto omicidio.

Nonostante la sequenza di efferati delitti  cui assistiamo senza sconti, noi spettatori finiamo con il condividere il conflitto umano tra bene e male vissuto dall’uomo, un conflitto dovuto a vecchi traumi non ben spiegati, ma comunque non superati che fanno di lui una creatura tormentata. In tal modo la spietata autoanalisi di Jack (che altri non è che lo stesso regista) diventa anche la nostra e ci conduce dentro il nostro inferno personale, talchè il suo “libro nero” scandito in capitoli potrebbe in parte essere anche il nostro.

Le macabre messe in scena di Jack ricordano quelle di un altro famoso serial killer del cinema, quel  giovane Mark Lewis  protagonista di L’occhio che uccide (girato nel 1960 da Michael Powell) il quale era solito filmare con la cinepresa le donne nell’atto di ucciderle in modo che si vedessero riflesse allo specchio nel momento fatale. Ad accomunare le due opere è una stessa miscela di voyerismo, di sadismo e di pulsione omicida che una simile struttura anacronica provvede a distanziare senza però annullare del tutto il processo di identificazione dello spettatore (anche se le torture subite da bambino da Mark da parte del padre che lo usava come cavia nei suoi studi sulla paura suscitano più empatia nei suoi confronti di quanto facciano le motivazioni “filosofiche” addotte dal Jack di Von Trier durante la sua confessione al suo interlocutore positivo Virgilio).

In maniera più estrema di L’occhio che uccide (e di altri titoli sugli assassini seriali a partire da Psyco)  La casa di Jack ci mette di fronte ai nostri lati oscuri, quei lati che in determinate circostanze possono prendere il sopravvento  e farci regredire a prede dei peggiori istinti senza più il freno costituito dalle norme della civile convivenza e questo anche a causa di un malinteso senso dionisiaco della vita mutuato da Nietzsche.

Nel film di Von Trier  il protagonista  affronta la sua Ombra non senza una buona dose di autoironia, unita a tocchi di humor noir fino alla forse invocata punizione divina che lo vedrà finire tra le fiamme di un Inferno dalla iconografia dantesca dal grande effetto visivo.

Se è vero che vedere un film è come sottoporsi a una seduta psicoanalitica, allora dinanzi al personaggio di Jack se ci riconosciamo in lui vuol dire che abbiamo qualche problema psichico ma se invece non nutriamo alcuna empatia verso lo stesso è anche peggio poiché significa che il nostro Super-Io ha messo in atto difese per evitare il doloroso confronto che quella nostra Ombra che prima o poi si vendicherà.

La confessione “artistica” di Jack-Lars ci insegna che tutti noi (che siamo esseri ambigui, come dice Jung) possiamo trasformarci in uccisori di donne e di bambini, soprattutto quando dottrine politiche di chiusura, di intolleranza e di sopraffazione alimentano queste inconfessabili pulsioni di morte in nome del bene del paese (ma meglio sarebbe dire del borgo natio).

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