C’è l’Africa depredata, e quella che si lascia depredare. L’Africa umiliata e schiacciata da guerre e povertà, e l’Africa piena di risorse e possibilità, ma incapace di investire sui propri valori. E poi c’è l’altra Africa: quella che, nonostante le avversità, non smette di amare, di lottare e di credere in un futuro migliore.

Félicité combatte ogni giorno contro le contraddizioni della sua terra: si guadagna da vivere cantando ogni sera in un localino alla periferia di Kinshasa, in Congo. È una donna determinata, ma il suo mondo fatto di musica e indipendenza viene stravolto quando il figlio adolescente ha un incidente e deve essere operato con urgenza. Comincia per lei un pellegrinaggio disperato attraverso la città alla ricerca del denaro necessario per l’intervento, che la conduce fra baraccopoli di lamiera fatiscenti e ricchi quartieri residenziali. Ma il destino si accanisce contro questa madre coraggio, che avanza a testa alta senza cedere alla rassegnazione. Quando i medici decidono di intervenire nel più drastico dei modi, amputando la gamba del figlio, Félicité si smarrisce nel mondo dei sogni e va alla deriva. Sarà la musica a riportarla in vita.

Quarto lungometraggio del regista franco-senegalese Alain Gomis premiato con l’Orso d’argento Gran Premio della Giuria alla Berlinale 2017, Félicité non è un semplice atto di denuncia contro le piaghe di una società instabile, penalizzata da infrastrutture inadeguate, precariato e corruzione. È l’affresco più sofisticato di un presente, colto attraverso lo sguardo nudo della sua protagonista, che sconfina oltre i limiti del reale per riconciliarsi con i suoi infiniti contrasti. Costruito in buona parte sulla presenza e il carisma di attori che – a partire dall’esordiente Véro Tshanda Beya – hanno la forza degli eroi del mito greco, il lavoro di Gomis mantiene ai margini il volto più violento e caotico di Kinshasa per privilegiare i suoni e i colori di una città che prende corpo grazie ai ritmi ipnotici della musica congolese.

 

 

Gomis organizza la colonna sonora in maniera piuttosto inusuale e tutta diegetica, come un accompagnamento polifonico dal vivo che sacralizza il realismo delle immagini invadendole gradualmente. Fin dalla scena di apertura, siamo immersi nell’atmosfera elettrica di questo rumoroso bar di Kinshasa, frequentato da ubriaconi e prostitute, dove suona la band di Félicité. La travolgente portata del Congotronics del gruppo emerge in una miscela esplosiva di complessi groove poliritmici eseguiti da una schiera di frenetiche percussioni sovrapponendo e ripetendo semplici melodie pizzicate dai likembé elettrificati. Musica tradizionale urbanizzata, contaminata con la modernità, «che profuma di brillantina e di foresta», per usare le parole del regista, dal cui fascino si rimane soggiogati almeno quanto lo si è dalla voce, dal volto e dalle movenze di Félicité. Brani come “Tshalemba”, “Kampinga Yamba” e “Lobelela”, composti appositamente per il film dai Kasai Allstars – collettivo congolese che riunisce membri provenienti da cinque band differenti, reso celebre anche in Europa oltre un decennio fa dall’intuizione del musicista e produttore belga Vincent Kenis – sembrano incarnare lo spirito più profondo di Kinshasa, in un connubio mai conciliante che fa del canto di Félicité la voce di un popolo, dei suoi moti e dei suoi sentimenti.

Del resto, come ha rivelato lo stesso Gomis, proprio la scoperta del gruppo e della storia della lead singer Muambuyi ha fornito al regista l’ispirazione dell’intreccio: «Un giorno, mentre guardavo un video dei Kasai Allstars, vidi questa incredibile cantante, con quella naturalezza e quel timbro di voce, e tutto ha improvvisamente funzionato. Ha fatto sì che io potessi immaginare una storia sulla lotta di tutti i giorni che un personaggio femminile porta avanti in situazioni in cui la vita è dura ma che grazie alla musica riesce a fronteggiare. […] Muambuyi ha fatto da coach a Tshanda ed è stata così generosa da lasciarle prendere il suo posto, prestare la sua voce, insegnarle le sue canzoni e come ballare. Abbiamo filmato le canzoni sia live sia in playback per molte serate e molto a lungo. In tutta Kinshasa c’era un enorme desiderio, l’energia per creare, per costruire».

 

 

La musica magmatica dei Kasai Allstars non è però l’unica voce di Kinshasa. L’album Around Félicité, pubblicato dall’etichetta belga Crammed Disc, che raccoglie le musiche del film ospita anche tre pagine celebri (“Fratres”, “My Heart’s in the Highlands”, “Sieben Magnificat-Antiphonen: O Immanuel”) del compositore estone Arvo Pärt, arrangiate ed eseguite dall’Orchestre Symphonique Kimbanguiste. Gomis coglie nel dialogo fra la dirompenza ritmica del Congotronics e la sacralità minimalista di Pärt una contaminazione perfetta che favorisce lo scavo interiore della protagonista come «un movimento perpetuo tra rassegnazione, scandalo e riconciliazione con la vita». Le sequenze in cui l’orchestra sinfonica africana interpreta i brani di Pärt nello spazio onirico di un hangar dismesso intercalano il dramma di Félicité radicando il messaggio di fede che sta dietro alla sua lotta. Con il suo stile siderale, sempre sull’orlo della dissonanza, fatto di fluidità delle parti melodiche, semplicità armonica e rarefazione sonora, Pärt garantisce al film quel bisogno di introspezione che Félicité sperimenta ogni notte, dopo la tragedia, immergendosi nelle acque tranquille e purificatrici di un fiume nel mezzo della foresta. Il dolore può spezzare l’anima, piegarla nella volontà, umiliarla; per questo Félicité ha bisogno di una musica nella quale osservarsi, come in una superficie riflettente: per mettersi a nudo e ricominciare da zero. Quando nel finale il coro a cappella esegue i canti salmodianti del Magnificat, la riconciliazione nel suo cuore è ormai avvenuta. Il suo “io” si è trasformato in “noi”, la sua realtà nella nostra.

 

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