Dal TFF35 la recensione in anteprima di Finding Your Feet (Ricomincio da me) di Richard Loncraine, in uscita nelle sale italiane dal 4 gennaio 2018.

Uno dei luoghi comuni più difficile da sfatare è quello in cui si suppone che dopo i 60 la vita sia praticamente finita. Mai come in quest’epoca l’età anagrafica ha avuto però così poca importanza: crescendo si scopre che invecchiare è bello, si diventa fatalisti e si accetta serenamente quello che si ha. Quando la matura “Lady” Sandra scopre che il borghesissimo marito con cui è sposata da quarant’anni la tradisce con la sua migliore amica, si rifugia a Londra dalla sorella più grande che non frequenta da tempo. Le due donne non potrebbero essere più diverse e Sandra è un pesce fuor d’acqua accanto a Bif, un’eccentrica dallo spirito libero che si gode la vecchiaia con gli amici di un corso di ballo. Ma la diversità è proprio ciò di cui Sandra ha bisogno. Così, seppur riluttante si lascia trascinare da Bif a una lezione di community dance, dove comincia a riprendere il controllo della propria vita e delle proprie passioni passo dopo passo.

Da qualche anno l’universo anziani ha invaso il cinema come una lenta marea. Tempie grigie, gesti imbolsiti, sorrisi incorniciati dalle rughe. Un tempo si sarebbero gettati in massa nella piscina di Cocoon, quella in cui i vecchietti del film di Howard scoprono che è possibile ritrovare il vigore della giovinezza. Oggi il “grey pound”, come lo chiamano a Hollywood, si estende invece a macchia d’olio e i mattatori più attempati fanno a gara per misurarsi con problemi generazionali, malattie terminali, Alzheimer, solitudine, divertendosi a ribaltare gli stereotipi. Sul grande schermo la terza età si tinge di ironia contagiosa, testimonia che la vita va vissuta in ogni sua fase, riscopre le gioie dell’amore anche fisico.

 

 

Richard Loncraine, che ben conosce la lezione dopo aver diretto Ruth & Alex, torna sull’argomento mirando dritto al cuore nella commedia all’inglese Finding Your Feet (Ricomincio da me). Favoletta rassicurante e scanzonata sulla possibilità di nuove vite, su affetti riscoperti, su uno show improbabile ma possibile, il film insegue con candore la seconda giovinezza di Sandra e dei suoi compagni di avventure affidandosi alla garanzia di attori consumati come Imelda Staunton (Sandra), Timothy Spall (Charlie), Celia Imrie (Bif), David Hayman (Ted) e Joanna Lumley (Jackie). Le battute memorabili e le scenette divertenti non mancano, soprattutto quando i protagonisti esibiscono certe loro sregolatezze – l’amante âgé che muore di infarto durante lo spogliarello di Bif, Charlie che si mette alla guida strafatto di erba, Sandra che trita i trofei di tennis del marito nella sparapalle, Jackie che imputa la fine del suo quinto matrimonio alle differenze religiose col marito: «credeva di essere Dio» – provocando il disappunto di chi, negli ambienti ingessati dell’alta borghesia, crede a pregiudizi superati come l’equazione vecchio noioso/giovane sbandato.

Eppure, malgrado le intenzioni edificanti, Loncraine non riesce a contenere una certa mestizia di fondo: vanifica la partenza irriverente impantanandosi ben presto nel terreno (inevitabilmente) lacrimevole della malattia e della morte e si lascia trascinare verso un finale ingenuo e scontatissimo che chiama a raccolta tutti i cliché sulle vacanze romane made in Britain (dal lancio della monetina nel Fontanone alla banale Tintarella di Luna che accompagna le scorribande del gruppo fra le bellezze della capitale). Di buono c’è che Staunton e soci, dall’alto del loro mestiere, non si prendono troppo sul serio mentre fanno quattro salti in compagnia, ma decisamente ci si sarebbe aspettati qualcosa in più dal film di apertura di un festival.

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