“Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità. Per me c’è la necessità di intendere il cinema come un mezzo di comunicazione di massa, così come il teatro, la televisione. Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita”  G.M.V.

Dimenticata Militanza: un ritratto politico di Gian Maria Volontè. il documentario
INTERVISTA A PATRIZIO PARTINO

Da cosa nasce l’esigenza di raccontare l’impegno politico di Volonté? Il titolo Dimenticata Militanza può essere considerata una risposta a questa domanda o si riferisce anche ad altro?

Oggi essere politicamente impegnati appare come qualcosa fuori dal tempo. Di politica si parla poco e male, sempre in modalità “chiacchiera da bar”. Ed è per questo che certe formazioni politiche (o antipolitiche come amano definirsi) sono riuscite a farsi strada. Tutto è ridotto allo slogan, alla battuta più trucida che si possa trovare. È come se si fosse reso tutto meno serio e più (fintamente) accessibile a tutti. Quando invece la politica e il fare politica sono cose molto serie, complesse e importanti per cui è necessario studiare. È qualcosa che ovviamente anche io non conosco a dovere e non so gestire, che non fa parte dei miei studi. Proprio per questo si deve evitare di portare ad un livello superficiale tutto, rischiando di cadere nello stereotipo e nel pregiudizio. Dunque tutto nasce dalla necessità di tornare un attimo a riflettere. Ragionare sul momento che stiamo vivendo senza lasciarsi andare, appunto, a pericolose e anche pigre semplificazioni. Volonté come modello di un modo di vivere la politica e di avere un proprio, elaborato pensiero politico. Il titolo si riferisce infatti tanto a questo lato di Volonté, poco conosciuto e ricordato, quanto proprio a un rimosso atteggiamento, a una rimossa volontà di pensare e cercare di capire

È stato agevole reperire il materiale d’archivio o hai incontrato ostacoli di qualche natura? Nella ricerca del materiale è spuntato fuori qualcosa di inaspettato che ti ha fatto modificare l’idea dipartenza? 

Il progetto nasce nell’ambito del Premio Cesare Zavattini, dunque con l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico di Roma che metteva a disposizione i suoi materiali per tutti i finalisti. Per questo motivo non è stato difficoltoso rinvenire il repertorio, giocavo in un certo senso “in casa”. Facendo ricerche in archivio sono uscite fuori nuove cose non rintracciate a un primo sguardo sul materiale. Per dire, ci sono alcuni cineracconti sul Vietnam molto affascinanti, dove la voce narrante è proprio di Volonté. Non sono andati ad intaccare la linea originale su cui era impostato il progetto, ma indubbiamente è stata una buona scoperta.

Come si è evoluto il vostro pensiero riguardo G. M. Volontè durante tutto il lavoro? O meglio, la vostra idea iniziale di Volontè attivista e militante ha subito un cambiamento lavorando il materiale che avete avuto tra le mani?

Il materiale e la scoperta di certi filmati hanno la loro importanza. Ma la cosa che più va ad influenzare l’andamento del documentario e la ricerca continua che stiamo facendo sono di certo le interviste. È l’elemento che più degli altri ha il sapore dell’approfondimento, della scoperta. A loro modo sono imprevedibili, non facilmente cesellabili. Per quanto poi agli intervistati si facciano delle domande ben precise e non improvvisate proprio per non deragliare con troppa facilità rispetto al fulcro del racconto, è difficile che non escano ad un certo punto fuori racconti, momenti intimi e inediti. Che ci portano a riflettere di nuovo su ciò che stiamo facendo e su ciò che vogliamo raccontare. Credo sia inevitabile, però c’è da dire che è anche una fortuna per un lavoro del genere. Inietta ulteriore curiosità e stimola a continuare assiduamente il lavoro che si sta facendo.

Nella “versione breve” è presente la testimonianza di Oreste Scalzone, fondatore di PotereOperaio e amico di Volontè e visto l’attore in video di repertorio parlare in difesa degli operai,contro la guerra in Vietnam o nelle immagini di “Ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli” di ElioPetri. Puoi già dirci qualcosa sugli interventi della versione estesa?

Nella versione breve, i quindici minuti erano ovviamente limitanti. Stringevano troppo il materiale così come l’intervista ed è stato necessario selezionare fin troppo cosa inserire e cosa invece dover lasciare fuori. Nella versione estesa l’idea è di dare ovviamente dovuto respiro ai materiali che sono stati un po’ troppo sacrificati, potendosi soffermare meglio su alcuni momenti, dando il giusto spazio alle congiunzioni tra un evento e l’altro, alle “cavalcate temporali”. Oltre al fatto che il numero degli intervistati sarà maggiore. Come già detto però, queste sono praticamente delle ipotesi. Sono intenzioni di cui terremo conto, ma che sono pronte a trasformarsi o adattarsi durante il corso della realizzazione a favore di nuove connessioni e nuovi spunti. Ma insomma, questo è un atteggiamento quasi necessario direi, un requisito importante se non essenziale quando si lavora su e per un progetto simile.

Quanto un progetto come il vostro può trovare riscontro nel crowdfunding?

Eh, bella domanda. Però non credo di poter rispondere più di tanto io al riguardo. Essendo qualcosa che chiede un aiuto esterno, dovrebbe essere proprio questo “esterno” a certificare quanto un progetto del genere faccia presa, essendo la componente che ha più voce in capitolo. Io posso di certo dire che noi abbiamo lavorato duramente, ma duramente sul serio e ci tengo a dirlo, per realizzare una campagna molto attiva, variegata, aperta ed estesa, lavorando tanto sul social quanto fuori dai social. Per un progetto che porta con sé un nome importante. Può trovare riscontro un’iniziativa simile attraverso il crowdfunding? Io direi teoricamente si. Anzi sempre in teoria quasi sicuramente si. Anche se è sempre necessario tenere ben presente quel necessario scalino che c’è tra il dire e il fare. Se tutti coloro che hanno apprezzato l’iniziativa e condiviso i post correlati al progetto avessero anche contribuito con pochissimo, la campagna sarebbe terminata entro cinque giorni dal lancio. E invece appunto, non è mica così semplice e immediato. C’è stata indubbiamente una sproporzione tra la viralità, le condivisioni, la diffusione e il sostegno effettivo alla raccolta fondi tramite contributo economico. E una volta tanto non voglio essere polemico eh, è una semplice constatazione dei fatti.

Quali parti oggi Volontè avrebbe interpretato in un cinema sempre più impoverito dal punto di vista sociale?

Prendiamo uno dei registi con cui Volonté ha collaborato più volte, Francesco Rosi. Un regista che dall’anno della scomparsa di Volonté fino alla sua morte nel 2015 ha realizzato solo un film, ossia “La tregua”. Mancanza di stimoli? Non sentiva più la necessità di fare cinema? Ecco pensando a questo, ho la forte impressione che anche un personaggio come Gian Maria Volonté avrebbe faticato a trovare stimoli veri per continuare a fare il suo lavoro secondo i suoi criteri. Avrebbe atteso invano di ricevere offerte per interpretare un certo tipo di personaggi, come quelli interpretati negli anni sessanta e settanta. Così come penso che, se fosse sopravvissuto alla malattia, anche Elio Petri avrebbe di molto rallentato la sua attività professionale fino a fermarsi. In un cinema dove sembra non esserci più bisogno di un determinato tipo di film e di conseguenza di un determinato tipo di registi, dove non ci sono più produttori desiderosi di investire su quei film, autori come Petri (ma anche Vancini e Damiani) avrebbero smesso di dirigere per mancanza di stimoli. Non di materiale, ma di stimoli sì. Ecco però a pensarci… riguardo al materiale per tirare su certi film… Fosse stato ancora vivo Petri negli anni novanta, probabilmente qualcosa alla “1992” ma con un piglio più diretto e caustico sarebbe uscito fuori prima e sarebbe uscito oltretutto nei cinema.

Come pensi che Volontè, se fosse sopravvissuto agli anni ’90, si sarebbe approcciato con la nuova realtà mediatica? Alla luce di quanto hanno fatto alcuni suoi colleghi impegnati politicamente che hanno scelto o di sottrarsi alla luce dei riflettori o di scendere a compromessi, quale sarebbe stato secondo te l’atteggiamento di Volontè?

Difficile pensare che uno come Volonté sarebbe sceso a compromessi. Molto difficile pensarlo, davvero. Per uno che ha fatto della sua vita una battaglia continua e che ha pagato molto per i suoi atteggiamenti, tanto nel lavoro quanto nella salute. Credo che se fosse ancora tra noi, Volonté avrebbe ormai scelto di eclissarsi e scomparire lentamente, anziché dover arrivare a quelle mezze misure che lui stesso avrebbe schifato tempo prima. Avrebbe dunque deciso di farsi da parte, ma non prima di aver protestato con violenza in occasione della discesa in campo di Berlusconi così come contro il potere sempre più penetrante della televisione. E credo che, nella sua intimità e senza dirlo a nessuno, avrebbe sofferto molto per la situazione attuale, dove appunto quella spinta di mettersi perennemente in prima linea per un bene collettivo sembra essersi dissolta nel nulla.

Intervista a cura di Caterina Sabato, Attilio Pietrantoni e Susanna Terribile

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