Quando si parla di mondi fuori dall’ordinario, siamo abituati a “guardare in basso”: è lì che solitamente si nasconde ciò che la società conformista espelle, nei seminterrati bui dei palazzi fatiscenti, nei meandri illuminati da luci al neon, tra topi e reietti.

Nel film di Fulvio Risuleo, presentato al Festival del Cinema di Roma nella sezione “Alice nella città”, la prospettiva è totalmente ribaltata: è “in alto” che il conformismo smarrisce la proprie tracce e prende vita l’assurdo. E’ “in alto” che bisogna guardare per dismettere i panni della routine quotidiana e assumerne altri, diversi, surreali.

Teco, il protagonista (Giacomo Ferrara), è un panettiere scapigliato che una mattina “guarda in alto” e si ritrova coinvolto in un’avventura dai toni fiabeschi. Non on the road, come vorrebbe il viaggio di formazione classico, ma on the roofs, sui tetti di Roma. Dove non ci si imbatte nelle terrazze sfavillanti di mondanità de La Grande Bellezza, o in un supereroe che ha appena scoperto i propri poteri come in Lo chiamavano Jeeg Robot, bensì in cunicoli labirintici o in ballatoi decadenti, popolati da freak e artisti del grottesco. Teco “guarda in alto” per svestire il grembiule da fornaio della vita di tutti i giorni, per ripulirsi gli occhi dal grigiore quotidiano, per tornare bambino tra i bambini. Non a caso, il primo della lunga serie di personaggi in cui si imbatte, è una ragazzetta dagli occhi celesti che porta in braccio una gallina di nome Carlo. E’ lei a definire Teco “un esploratore dei tetti” – con quella semplicità che solo i bambini hanno nel definire le cose che non hanno un nome – e a introdurlo in una strana tribù dai volti coperti da sacchi di cartone, capeggiata da un nano muto con cui si comunica solo attraverso coloratissimi murales.


Nei cunicoli del mondo dei tetti può nascondersi un gigante che mangia le anime ma anche una paracadutista francese caduta da una mongolfiera (Aurelia Poirier) che fugge dal suo amore-aguzzino (Ivan Franek).

Il film segue il ritmo delle azioni più che delle parole. Ogni strampalato incontro che fa Teco è una storia a sé: quello con i due paracadutisti, quello con il vecchio eremita di nome Baobab che non sa più distinguere la realtà dai sogni (Lou Castel), quello con i gemelli nudisti che giocano a badminton sulle terrazze dello skyline capitolino.

“Guarda in alto” è una favola distopica in cui si alternano illusioni e disincanto, albori di amori svaniti con la stessa ingordigia di una birra bevuta alla goccia, bambini incappucciati e suore blasfeme che scommettono sulle corse delle lumache in un club-catacomba. Anche qui è chiara la volontà carnevalesca del ribaltamento della norma: le lumache, animali lenti per antonomasia, diventano i cavalli di questo mondo alla rovescia, bizzarro come i sogni senza senso.

Giacomo Ferrara si scrolla bene di dosso l’immagine recente di Spadino di Suburra – La serie (Netflix, 2017) per interpretare un personaggio profondamente diverso: ingenuo e sensibile, sognatore indefesso e irrisolto. Che, come Il barone rampante di Calvino, non sa cosa vuole: solo che vuole fuggire. La Roma di Suburra, appunto, dei meandri, del “basso”, lascia il posto a una città vista dall’alto, colta in una stato di sublimazione che ne annienta le differenze, anche linguistiche. Buona infatti l’intuizione di farne una sorta di Babele in cui gli idiomi si mescolano trovando un senso comune di comprensione: ci si capisce perfino con nano muto, ci si capisce anche parlando una lingua inventata, come nel caso del dialogo tra Teco e Stella nel bar-catacomba.

Per questo il lungometraggio d’esordio di Fulvio Risuleo – già autore di tre cortometraggi (Varicella, 2015, Lievito madre, 2014, e Putrida menzogna, 2011) – è anche un’apologia della diversità. Il finale, volutamente ambiguo, ci lascia con un dubbio: che forse sia meglio non riuscire a distinguere i sogni dalla realtà, come fa il vecchio Baobab, l’apicoltore eremita che si rifiuta di mischiarsi col mondo.

Marta  Gentilucci

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