Il regista Britannico James Marsh dopo aver descritto con efficacia la vita dello scienziato Stephen Hawking ne La Teoria del tutto e aver raccontato l’impresa del funambolo Philippe Petit nel documentario Man on wire, per Il mistero di Donald C. si ispira nuovamente ad una storia vera, quella del velista amatoriale inglese Donald Crowhurst, 

Nel 1968 la rivista inglese Sunday Time organizza una regata in solitaria intorno al mondo: La “Golden Globe Race”. La lunghissima e massacrante gara non prevede soste per nessuna ragione e verrà premiato il navigatore solitario che completerà il giro del mondo per primo e il velista con le maggiori velocità giornaliere. Donald Crowhurst, navigatore della domenica, decide di accettare la sfida, decisamente troppo grande per le sue capacità di marinaio, ma un piccolo ostacolo per la sua tenacia e la sua voglia di entrare in sfida con sé stesso. Una volta in mare aperto Donald si rende conto della ciclopica follia che ha intrapreso, ma avrà il coraggio di ritirarsi?  

Marsh dimostra ancora una volta una spiccata sensibilità nel raccontare storie di finzione intrecciandole con le vite di uomini realmente esistiti. In questo caso però la vicenda non ha affatto il respiro della parabola edificante e di ispirazione che tanto piace ad Hollywood, infatti Il Mistero di Donald C. diventa un inquietante viaggio verso l’autodistruzione, una parabola negativa fatta di menzogne e inganni.

L’impresa folle e titanica nella quale si imbarca Donald crea subito empatia nello spettatore che si rivede nei sogni di gloria e nelle ambizioni del personaggio interpretato da un bravo Colin Firth, tuttavia l’immedesimazione si prende presto, naufragando tra le pagine di uno script a tratti frettoloso che non analizza appieno le sensazioni dei protagonisti e arenandosi in inquadrature belle, ma senza originalità e ingabbiate in uno schema -primo piano, totale, primo piano- che poco si addice ad uno schermo cinematografico. 
Colin Firth/Donald viene abbandonato a sé stesso, nel corso della visione si svuota completamente di tutte le sue caratterizzazioni, diventando solamente una maschera di sofferenza dispersa in mezzo al mare. 
Marsh scommette nei flashback della quotidianità famigliare per raccontare il viaggio interiore di Donald, i ricordi della moglie e dei figli prendono il sopravvento nella storia e non c’è una vera e propria indagine sulla schiacciante solitudine della barca, necessaria per rendere il film suggestivo e coinvolgente. 

Il mistero di Donald C. racconta una storia stupenda ma resta soltanto sul pelo dell’acqua e trascura i tesori e i misteri nascosti nel fondo dell’oceano o nel più profondo dell’animo umano. 

 

 

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