“Un Dio che può essere compreso non è un Dio”. La frase di Somerset Maugham citata all’inizio di Il Primo Re suggerisce la rilevanza dell’entità divina nella pellicola diretta da Matteo Rovere. Dopo le gare automobilistiche di Veloce Come Il Vento, Rovere sceglie ancora una volta un genere poco battuto dal cinema italiano e trova in Dio (o meglio, negli Dei) il “villain” adatto a un racconto in bilico tra Storia e Mito.

Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi) sono due gemelli che allevano pecore. Travolti da una piena del fiume Tevere, vengono catturati dai cavalieri di Alba Longa. Riescono però a fuggire con altri prigionieri e a portare con loro la vestale Satnei (Tania Garribba). Nonostante le gravi condizioni di salute di Romolo, Remo e il gruppo di esuli affronteranno nemici e ostacoli di ogni tipo.

Il Primo Re è una pellicola audace e ambiziosa perché in primis è un’opera che sceglie il proto-latino, parlato probabilmente dai primi abitanti delle regioni del basso Lazio.
È un progetto coraggioso non solo per la scelta della lingua, ma soprattutto per l’intenzione di sviluppare un insolito ibrido, ovvero una sorta di proto-peplum capace di fondere allegoria e realismo, gettando inoltre le basi di una nuova mitologia.

La sceneggiatura curata dallo stesso regista, da Filippo Gravino e da Francesca Manieri fonde i tratti tipici del cappa e spada hollywoodiano con la drammaturgia della fondazione di Roma, creando un’opera in cui l’epica delle lotte intestine incrocia le riflessioni sulle paure ancestrali dell’individuo. La natura avversa, il potere degli Dei e il fato irrevocabile sono i temi principali, anche se il cuore pulsante di Il Primo Re è il rapporto di fratellanza dei due protagonisti.

Lo sguardo di Rovere indugia spesso sui volti di Romolo e Remo, consumati da una fatica fisica e mentale, senza disdegnare al contempo i corpi quasi neandertaliani del gruppo di “ribelli”. Alessandro Borghi e Alessio Lapice inglobano visceralmente le tensioni individuali di ciascun fratello, sia quando mettono in risalto contrasti e differenze, sia nei frangenti in cui sono talmente vicini da sembrare un’unica persona. 

La scelta di effettuare riprese in esterni e la predilezione di Daniele Ciprì per una fotografia fatta di luci naturali, ombre e chiaroscuri, sono elementi che valorizzano il naturalismo a cui Il Primo Re vuole ambire.

Forse il viaggio dal fango della schiavitù al fuoco purificatore del libero arbitrio giunge a  una conclusione approssimativa, ma pur sempre in linea con il ritmo serrato dell’opera e con la consapevolezza che l’eco di Roma non avrà mai fine.

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