Nella puritana America che ormai alza anche i muri e che da sempre è contraddittorio simbolo di libertà culturale non c’era posto per un film come Elle del regista Paul Verhoeven (Robocop, Total recall, Basic Instinct) a Roma venerdì 10 marzo in occasione della presentazione italiana di questa sua ultima, controversa fatica.

In concorso all’ultima edizione del festival di Cannes, vincitore di due Golden Globe, due César e candidato all’Oscar per la migliore attrice protagonista, da subito Elle è stato acclamato dalla critica, colpendo per la sua crudezza e il suo cinismo. Un film disturbante, scorretto, violento. Nessuna delle tante talentuose attrici hollywoodiane, sempre alla ricerca di ruoli sensazionali, ha avuto il coraggio e l’intelligenza della protagonista Isabelle Huppert (si dice che tra i grandi rifiuti ci siano state Charlize Theron, Juliane Moore e Nicole Kidman). E così dagli Stati Uniti il regista olandese si è spostato in Francia dove l’attrice, interessata da tempo al progetto (tratto dal romanzo Oh… di Philippe Djian), prima ancora che Verhoeven venisse coinvolto, è diventata in poco tempo Michèle Leblanc, donna in carriera che viene brutalmente stuprata in casa da un uomo con il volto coperto. La sua reazione è imperturbabile, insolita. Michèle rifiuta categoricamente di essere una vittima. Il terribile episodio sembra non averla scalfita minimamente, anzi, comincia ad indagare da sola e quando scopre l’identità dell’aggressore instaurerà con lui uno strano e insano gioco.

Il terzo atto del film è una parte molto difficile che non è stata accettata dagli americani – ha spiegato Verhoeven in conferenza stampa – è il momento della transizione, in cui la protagonista passa da vittima a sviluppare un rapporto di natura sadomasochista con il suo violentatore: è un qualcosa che è stato talmente controverso che non ci ha consentito di raccogliere finanziamenti per la realizzazione del film in America. Il fatto che poi sia stato escluso agli Oscar dalla rosa dei candidati a miglior film è chiaramente un fatto politico.

Onesto e pacato Paul Verhoeven è un fiume in piena e parla di Elle come un film difficilmente incasellabile in un genere, una storia che passa da momenti di grandissima e insopportabile violenza e tensione a scene più leggere, addirittura divertenti che in due ore di durata strappano più di una risata:

Non volevo realizzare un thriller, è un po’ noir ma in realtà io volevo che fosse un film scevro, che non fosse collegato ad un genere specifico. Io ritengo che la vita non sia classificabile in un genere. Nel cinema oggi si tende troppo a categorizzare: il thriller, l’horror, la commedia, la tragedia.

Così come la sua protagonista non è facilmente definibile, sicuramente non una donna “ordinaria” che sarebbe giustamente crollata dopo una simile violenza: è fredda, cinica, ironica, indipendente, accattivante, nel corso della sua vita guarda più volte in faccia alla violenza, alla crudeltà, ma non crolla mai, non piange mai.

Io non sono attratto da donne tormentate – ha spiegato il regista – neanche questo personaggio lo ritengo tale. La vedo abbastanza normale. È una donna che ha subito determinati eventi durante la sua infanzia, il cui carattere è stato forgiato in quegli anni. Io la vedo come una sopravvissuta, una donna che rifiuta di essere vittima, già nel modo criptico in cui racconta dello stupro ai suoi amici al ristorante: “Credo di essere stata violentata” quando noi sappiamo che è stata veramente violentata.

Una donna che in quanto a carattere non sembra molto lontana dalla sua interprete, la francese Isabelle Huppert, non di certo estranea ai ruoli spiazzanti (come in Si salvi chi può di Jean – Luc Godard, Loulou di Maurice Pialat, Storia di Piera di Marco Ferreri e il recente Ma mère di Christophe Honoré (2003) nel quale interpreta una madre che trascina il figlio verso il sadomaso e l’incesto):

Era già interessata a questo progetto, aveva già contattato lo scrittore per poter interpretare questa parte. Con Isabelle non è stato necessario discutere di aspetti dal punto di vista psicologico, dal punto di vista freudiano, perché lei ha accettato di realizzare tutto quello che era contenuto nella sceneggiatura. Lei non ha avuto da ridire su nulla, anche perché Isabelle Huppert è una persona estremamente audace quando crede nel ruolo che sta per interpretare, non c’è stato bisogno di insistere a fare nulla. Tra l’altro lei fa quello che ritiene il personaggio debba fare senza cercare di attirarsi la simpatia di parte del pubblico, d’altra parte sono anche io così.

Per la Hupper il film è come una “fiaba” nella quale tutto è esagerato e la morale viene invitata a starsene fuori, come specifica il regista:

Michèle si potrebbe definire amorale ma a me non importa perché la moralità è alquanto assente nei miei film: la realtà è che gli uomini e le donne hanno dei rapporti al di fuori del matrimonio, io dubito che questo non accada in una coppia. Per quello che riguarda la mia visione delle donne penso che crescendo, diventando più vecchio sono più interessato a loro di quanto sia interessato agli uomini e questo si vede anche nella scelta dei miei protagonisti: negli ultimi due film sono donne.

Anche nei prossimi film a quanto pare:

Il mio prossimo film sarà su due suore: ambientato in Toscana nel medioevo e parla di qualcosa che succede in una cittadina vicino Firenze in un monastero. Al momento il titolo del lavoro è Black Virgins basato su un libro scritto da un professore americano che ha fatto una serie di ricerche negli archivi fiorentini.

E per quanto riguarda il progetto messo da parte diversi anni fa sulla vita di Hitler che avrebbe a quanto pare visto come protagonista Daniel Day-Lewis:

Non c’è nessun biopic su Hitler ma si tratta in realtà di un soggetto basato su un libro scritto nel 1928 da un amico di Bertolt Brecht: il personaggio è quello di una certa Johanna, ambientato nel 1923, anno del fallito colpo di stato di Hitler ma non è un film su di lui, è solo uno dei personaggi.

Infine non c’è intervista a Verhoeven nella quale non gli venga chiesto della celebre e conturbante scena dell’accavallamento delle gambe che fa Sharon Stone in Basic Instinct senza biancheria intima e che avrebbe incrinato i rapporti tra lei e il regista colpevole di averla ingannata, non avendo, a detta dell’attrice, mai approvato quella ripresa diventata poi cult:

Non pensavo che quella scena potesse avere quel tipo di effetto, né quando giravamo né in fase di montaggio. È stata una cosa estremamente casuale. Tra l’altro è basata su una storia vera: quando andavo all’università c’era una ragazza che andava in giro senza mutandine e capitava spesso che gli amici le chiedessero di accavallare le gambe e lei rispondeva: “Certo! Non le metto apposta le mutandine!”

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