“Ogni film che ho fatto in vita mia posso dire che in qualche modo sia stata la manifestazione assoluta della mia coscienza in quel momento.” Jim Carrey

“È apparso Andy Kaufman, mi ha dato una pacca sulla spalla e ha detto: “Siediti. Lo farò io il mio film.” Così Jim Carrey nell’inedito documentario Netflix Jim and Andy: The Great Beyond – Featuring a Very Special, Contractually Obligated Mention of Tony Clifton diretto da Chris Smith, spiega da dove ha avuto inizio la sua interpretazione più estrema: quella dell’attore e comico statunitense Andy Kaufman nel film del 1999 diretto da Miloš Forman Man on the moon.

“Rimasi a bocca aperta. Pensai: è qualcosa di diverso. Non gli importa di tutto il resto – racconta Carrey ricordando l’impatto che ebbe su di lui il comico la prima volta che lo vide in tv – tutti facevano del loro meglio … si erano inventati dei numeri e li avevano perfezionati nel corso degli anni. Poi arriva Andy che canta in playback su un disco”. È il trionfo della demenzialità, della comicità nosense: ogni sua performance era volta a spiazzare il pubblico, a prenderlo in giro. Fingendo anche di essere incapace a fare delle semplici imitazioni, Kaufman riuscì a divertire giocando sul sottile filo tra verità e finzione, diventando una sorta di antesignano dei “troll” moderni. Jim Carrey ne segue le orme iniziando a lavorare nei club come imitatore e in sketch televisivi dai quali emerge la stessa comicità sopra le righe e imprevedibile.

L’attore canadese sin dal suo primo film di successo Ace ventura – L’acchiappanimali del 1994 è stato spesso considerato, soprattutto dal grande pubblico, come un semplice comico demenziale, capace di una mimica facciale impressionante tanto da guadagnarsi l’appellativo di “faccia da gomma”. Ma ad un certo punto della sua carriera ha deciso di smentire tutti: si scoprirà presto che dietro la maschera da “idiota”, coadiuvata da film come Scemo e + Scemo, si nasconde, invece, un interprete istrionico capace di regalare delle performance drammatiche di grande spessore, mettendo completamente in gioco se stesso.

THE TRUMAN SHOW di Peter Weir (1998) – DENTRO UNA REALTÀ APPARENTE 

“Ero Truman, ero nella bolla in quel momento. Peter Weir lo sapeva. Mi ha scritturato per quello”. La bolla della quale parla Carrey è quella del successo, di quella realtà tanto fantastica quanto pericolosa nella quale Hollywood lo aveva catapultato dopo i successi mondiali di Ace Ventura e The Mask. Come il protagonista di The Truman show, film del 1998, che si trova a vivere un’esistenza apparentemente felice ma che si fonda su una bugia. Truman Burbank è il protagonista inconsapevole di uno show televisivo seguito appassionatamente da milioni di telespettatori. Tutto intorno a lui non è reale. Lui è l’unica persona autentica. Jim Carrey delle contraddizioni di quel baraccone chiamato Hollywood, che un giorno può donarti la gloria e il giorno dopo gettarti nell’oblio, ne è invece totalmente consapevole. Accetta la pericolosa sfida interpretando per la prima volta un ruolo drammatico e ne esce vincitore: costruisce un personaggio dosando con naturalezza ingenuità, fragilità e tenacia. Lontano dalle espressioni esagerate, dalle situazioni comiche e assurde con questo film profetico (nel ’98 l’avvento dei reality show era alle porte) Carrey si tramuta in un interprete completo.

MAN ON THE MOON di Miloš Forman (1999) – ESSERE ANDY KAUFMAN

“Mi chiedo che cosa succederebbe se volessi essere Gesù.” È la domanda che si pone Jim Carrey dopo aver messo letteralmente da parte se stesso per mesi per diventare un altro: Andy Kaufman. In Jim and Andy, documentario girato durante le riprese di Man on the moon, si assiste sbalorditi alla “reincarnazione” di Kaufman nel corpo di Carrey. L’immedesimazione dell’attore è totale tanto da rifiutare di essere chiamato Jim dalla troupe e dal regista e comportarsi come Kaufman (e il suo prepotente e volgare alter ego Tony Clifton) anche fuori dalla scena. Questo portò scompiglio sul set visto che il discusso comico non era propriamente un tipo facile da gestire: il regista Miloš Forman, preoccupato e sconfortato, una sera arrivò a telefonare a casa di Carrey pregando “Andy” di poter parlare con Jim. Il risultato è un’ interpretazione spiazzante, una sorta di trance nella quale l’attore canadese ha vissuto per tutta la durata delle riprese: “posseduto” da un personaggio che ha segnato da sempre la sua vita. Anche quando ha scelto di non diventare un clichè comico andando contro le “esigenze” del grande pubblico. Andy Kaufman, infatti, rinnegò presto il suo personaggio più amato Latka, della fortunata sitcom Taxi, per darsi a performance imprevedibili come la lettura in pubblico de Il Grande Gatsby o al wrestling “inter-genere” sfidando delle donne sul ring.

ETERNAL SUNSHINE OF THE SPOTLESS MIND – SE MI LASCI TI CANCELLO di Michel Gondry (2004) – LE EMOZIONI A SERVIZIO DEL CINEMA

“Avevo il cuore a pezzi. Era proprio quella la sensazione: “Devo cancellarla dalla mia mente”.Quando ho conosciuto Michel Gondry mi ha guardato e ha detto: “Dio mio, sei così bello ora. Sei a pezzi. Mi piace molto. Non riprenderti.” Non avremmo girato il film fino all’anno seguente.”

Jim Carrey dopo la fine della sua storia con la collega Renée Zellweger trascorre uno dei periodi più bui della sua vita, sprofondando in una depressione che non riesce a superare mai totalmente. Lo dimostrano le sue ultime dichiarazioni , il volto emaciato e triste nelle recenti apparizioni in festival ed eventi pubblici.

In Eternal Sunshine of the spotless mind l’attore è “costretto” dal regista Michel Gondry a rimanere incastrato nelle sue emozioni donando una delle interpretazioni più strazianti degli ultimi anni. Il tema dell’abbandono è centrale nel film: Joel Barish, distrutto dalla fine della sua storia d’amore con Clementine (Kate Winslet), si rivolge alla clinica Lacuna Inc. per  cancellare dai suoi ricordi tutti i momenti della sua relazione, per eliminare per sempre dalla memoria la donna amata. Il film realizza, anche se solo per un’ora e mezza, il desiderio imperante di chiunque sia lacerato dalla fine di un amore. E Jim Carrey si fa portavoce di tanto dolore in una performance che appare, in maniera lampante, come una vera e propria catarsi per liberarsi definitivamente da un “lutto”, quello della separazione.

“Quando indosso quella maschera posso fare di tutto. Posso essere chiunque” diceva il personaggio di Stanley Ipkiss in The Mask- Da zero a mito, una moderna versione di Dottor Jekyll e Mister Hide. Jim Carrey è entrambi: è Jekyll, l’uomo comune che per il suo lavoro mette la maschera di tanti Hide arrivando a mischiare inesorabilmente realtà e finzione.

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