“Avevo incontrato Gianfranco Rosi una sera a Trastevere a cena con degli amici. C’è stata subito una simpatia, ci siamo riconosciuti l’un l’altro. Mi raccontò del film a cui stava lavorando (Below Sea Level), del deserto, di tutto quello che l’aveva portato lì. E mi disse, nel suo modo tipico, “Ti andrebbe di vedere le 80 ore di girato? Vorrei farne un diario”. Io lì per lì, naturalmente, rifiutai, ma poi mi sono pentito.”

Così Dario Zonta, critico cinematografico, tra i conduttori-autori della trasmissione di Radio3 Hollywood Party, racconta l’inizio dell’avventura che l’ha portato in veste di produttore artistico a lavorare per Sacro Gra e ora per Fuocoammare, il documentario candidato agli Oscar 2017.

   Dopo questa partenza così insolita, come si è consolidata la vostra collaborazione?

Vidi Below Sea Level a Venezia e mi piacque molto. Gli feci un’intervista per “L’Unità”, la prima, mi disse, che rilasciava a un giornalista italiano. Questo secondo incontro mi permise di capire di più lo spessore del regista, del personaggio, e mantenemmo un legame, anche di amicizia. Poco dopo l’uscita del suo lavoro successivo, El sicario – Room 164, Rosi mi chiese di aiutarlo per il suo nuovo progetto, Sacro Gra. A quell’epoca avevo già fatto altre esperienze da produttore e autore, con La bocca del lupo di Pietro Marcelo e Tutto parla di te di Alina Marazzi, e lui sapeva di questa mia collaborazione con dei registi che non erano lontani dal suo universo cinematografico.

  Come nasce la tua figura di produttore artistico?

Sacro Gra era un progetto complicato. Era il primo film di Rosi su commissione, il primo che non nasceva da una sua ricerca. Era quindi la prima volta in cui si confrontava con figure produttive che non fossero lui stesso. Inoltre non aveva mai lavorato in Italia, quindi non aveva connessioni con i meccanismi e con il mondo del cinema italiano. Non è stato semplicissimo. Inizialmente il mio lavoro era mettere in connessione il reparto di regia con quello di produzione, ma col procedere della lavorazione sono entrato sempre più nel farsi del film. A un cero punto delle riprese ho cominciato a vedere il premontato, a discutere con lui e quella che all’inizio era stata solo un’opera di intermediazione si è trasformata in un vero e proprio lavoro. In quell’occasione abbiamo creato questa figura non molto comune di produttore creativo, o produttore artistico, ovvero sia un soggetto che agisce sia dal punto di vista creativo, cioè sul farsi del film da un punto di vista artistico, sia dal punto di vista della produzione. Per esempio: a chi facciamo fare il suono? Una scelta produttiva che è anche una scelta creativa, bisogna trovare la persona giusta. Sacro Gra, è stata un’esperienza determinante, quindi questo tipo di collaborazione è proseguita anche con Fuoocammare.

  È stato diverso il tuo lavoro su Fuocoammare?

Per Fuocoammare ho fatto un lavoro simile ma meno di intermediazione, perché in questo caso la produzione funzionava bene e non c’era bisogno di tanta intermediazione. Questa volta ho affiancato e supportato Gianfranco Rosi nelle varie tappe del film fin dalla sua genesi. Siamo andati insieme a fare i sopralluoghi a Lampedusa. Lui era già andato una o due volte, ma il viaggio che abbiamo fatto insieme è stato particolarmente importante perché abbiamo incontrato tutti i personaggi che poi sarebbero finiti nel film. C’è una forte intesa sulla scrittura tra me e Gianfranco, e visto che lui odia scrivere, come quasi tutti i documentaristi, mentre io con la scrittura un po’ ci ho campato, l’ho aiutato a scrivere un dossier del film, quello che per il cinema di finzione si chiamerebbe trattamento. Poi Gianfranco è stato a Lampedusa mesi e mesi, ed è seguito un lungo montaggio. Peppino Del Volgo, l’aiuto regista, è stata una presenza fondamentale, come anche Fabrizio Federico, direttore di post produzione e consulente al montaggio.

  Qual è stata la parte più difficile del lavoro sul film?

Il film ha due elementi che si intrecciano: la storia sull’isola, quella del bambino, e il racconto dell’arrivo degli immigrati. La cosa più difficile è stata immaginare una connessione tra questi due livelli. Rosi e Jacopo Quadri, il montatore, hanno fatto un lavoro eccezionale lavorando soprattutto sulla metafora, creando una connessione, un dialogo tutt’altro che banale tra la storia di formazione di Samuele e la grande storia dei flussi migratori. È questa la scommessa del film. Anche a livello produttivo e creativo, è apparso subito chiaro che fosse necessario uscire dall’isola. C’erano diverse ipotesi. Una di queste era andare in nord africa, la dove partono le navi. Abbiamo poi optato per riprendere le operazioni di un’imbarcazione della marina militare. Rosi c’è andato due volte e ha tratto quelle immagini pazzesche. Prima gli immigrati arrivavano direttamente a Lampedusa, dopo la strage che ci fu nell’Ottobre del 2013 si decise di spostare l’intercettazione dei migranti in mare. Fondamentale è stato l’incontro con Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa. Benché noi l’avessimo incontrato fin dall’inizio, il suo personaggio ha preso corpo alla fine del film e alcune riprese con lui sono state fatte a montaggio quasi finito, addirittura successivamente all’invito di Berlino. In un documentario il dialogo tra la fase del montaggio e quella delle riprese è molto dialettica. Per questo la scelta di montare il film a Lampedusa è stata una cosa fondamentale, un’altra felice intuizione di Gianfranco. Ha permesso al montatore di respirare l’atmosfera e risolvere alcuni nodi.

  Il film ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino. Come ricordi quel momento?

Berlino è stata un’esperienza esaltante. È il centro dell’Europa, la questione migratoria è molto sentita, ma la risposta è stata comunque sorprendente. Una cosa che mi ha colpito molto è la grande partecipazione degli addetti ai lavori del festival, dal più piccolo al più grande. Solitamente non vengono presi in considerazione, ma sono tantissimi, un piccolo popolo e che ovviamente vede i film, ha delle reazioni. Il film, con questo titolo non facile da pronunciare, era entrato nel loro piccolo lessico festivaliero.

  Vi aspettavate di arrivare fino agli Oscar?

Che Fuocoammare sia arrivato fino agli Oscar è una cosa clamorosa. Sulla carta questo è un film difficile da cogliere per gli americani. Un documentario estremante anomalo, quasi cinema neorealista. Sono abituati a documentari di tutt’altra fattura, molto più muscolari e “televisivi”, con un format rigido. In più la questione migratoria europea agli americani non interessa molto. Evidentemente l’essere riusciti a raccontare questo fenomeno con tutta la tragedia che ne deriva attraverso la formazione di un bambino l’ha reso se non più grande del fenomeno stesso, che è già gigantesco, più universale. Sicuramente il madrinaggio di Meryl Streep, che era presidente di giuria a Berlino, ha aiutato. Ha veramente adottato il film e fin da Berlino ha detto “Vi porto all’Oscar”. Anche Gianfranco ha fatto un lavoro enorme, come pochi, per far conoscere il film in America.

  Pronostici?

Essere nella cinquina è già fantastico. Questa presenza agli Oscar ha spinto il film anche in Italia. Ha avuto due passaggi televisivi in poco tempo, è stato dal Papa, dal presidente della Repubblica. Su come andrà non mi posso sbilanciare, sicuramente è una sfida difficile. Ci sono film molto grandi in competizione con noi, con un budget promozionale per gli Oscar enorme. OJ Simpson e I am not your negro sono dei competitors, anche politicamente, forti. È vero però che Gianfranco ha una certa fortuna, con i suoi film ha vinto quasi tutto…

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