Ci voleva la reunion dei supereroi DC Comics al cinema affinché Zack Snyder realizzasse una pellicola che non eccedesse, che fosse equilibrata in tutti i suoi aspetti, e di questo facesse il suo punto di forza. Justice League arriva al cinema il 16 novembre come primo compendio a fronte degli stand-alone che si sono susseguiti negli ultimi quattro anni, L’uomo d’acciaio (2013), Batman v Superman, Suicide Squad (2016) e Wonder Woman (2017).

La storia è presto detta: dopo la morte di Superman (Henry Cavill), il mondo è nel caos e l’umanità sembra aver perso la speranza: una minaccia dai tempi più antichi sta per abbattersi sulla Terra e spetterà alla squadra che Batman (Ben Affleck) vuole formare in memoria dell’aminemico difenderla a tutti i costi.

Questa prima grande “riunione scolastica” dei supereroi più famosi della DC Comics riesce a trovare una chiave di lettura a metà strada fra il serio e cupo che ha fatto la fortuna della trilogia di Christopher Nolan e l’approccio più “leggero” di Patty Jenkins in Wonder Woman. Finalmente la DC non cerca di essere la Marvel e nemmeno di essere triste e “impegnata” a tutti i costi, ma trova piuttosto un proprio status narrativo.

A dispetto di quanto mostrava il trailer ufficiale, Justice League non è un film che vuole essere spiritoso, ha semplicemente alcuni momenti auto-ironici – quasi tutti riusciti – volti a spezzare la drammaticità dell’azione che colpisce i nostri amati supereroi. Super uomini scelti perché ognuno ha un proprio dramma interiore, una persona cara persa o lontana, un evento che li ha allontanati da tutto e tutti, che li ha fatti diventare degli eremiti.
La metà di questa squadra non ha praticamente bisogno di presentazioni e, infatti, pur non avendo avuto un proprio stand-alone, il passato dei personaggi di Barry Allen / Flash (Ezra Miller), Arthur Curry / Aquaman (Jason Momoa) e Victor Stone / Cyborg (Ray Fisher) è giusto accennato, complici da un lato la loro storia conosciuta al grande pubblico e dall’altro ciò che ha ben delineato l’Arrowverse televisivo nella mente degli spettatori.

Se per far nascere il proprio Cinematic Universe la Marvel era “costretta” a narrare l’origin story dei suoi supereroi, dato che Iron Man e Captain America – e ancor di più i vari Guardiani della Galassia, Ant-Man e Doctor Strange – erano sconosciuti ai più, per la DC vale esattamente il contrario. Questo si dimostra un altro punto di forza, evitando inutili “spiegoni” e sequenze che avrebbero appesantito il ritmo della pellicola.

Che sia il marvelliano “Uniti vinciamo, divisi cadiamo” oppure il più ottocentesco “uno per tutti, tutti per uno”, la pellicola sembra modularsi e prendere molto seriamente questi motti, non solo perché – Guardiani della Galassia docet – si è più forti insieme che da soli per riuscire a sconfiggere il big bad di turno, ma anche perché si ha bisogno gli uni degli altri più di quanto si sia disposti ad ammettere e soprattutto perché Justice League è più della somma dei suoi supereroi presi singolarmente.

La forza di Snyder (e di Whedon che ha preso le redini del film a fine post-produzione a causa di un problema familiare del collega) è proprio l’aver dato il giusto spazio a tutti, com’era stato capace di fare il primo Avengers. Anche più spazio di manovra di quanto ci si aspettasse ai “comprimari”, che tali effettivamente non sono, accanto al trio formato da Superman, Batman e Wonder Woman. Chi brilla fra tutti è però Gal Gadot, ancor di più che nel film a lei dedicato: i suoi dialoghi sono i più incisivi e toccanti, così come il ricordo dello Steve Trevor di Chris Pine. Ezra Miller, che sembrava non così adatto nei trailer dopo l’ottimo lavoro fatto da Grant Gustin in tv, risulta convicente – e veloce – al punto giusto, così come l’Aquaman barbuto di Jason Momoa.

La regia di Snyder, che sappiamo ama dilungarsi e rendere tutto eccessivamente epico, questa volta è più misurata: il regista di Watchmen usa con moderazione rallenti, inquadrature dal basso, campi lunghi e lunghissimi e grazie anche alla fotografia molto pittorica e d’impatto fa uscire dallo schermo tutto l’eroismo dei protagonisti, allo stesso tempo accentua l’universalità della narrazione, dato che parliamo dell’Apocalisse proveniente più o meno dalla creazione più ancestrale del Pianeta Terra. In Justice League temi come l’ecologia, l’immigrazione e il potere vengono solamente accennati, il cattivo Steppenwolf (Ciaran Hinds), pescato tra i villain minori, è solo il pretesto per far combattere i difensori dell’umanità, però questa approssimazione è funzionale al messaggio finale e dichiara apertamente che l’importante non sono i singoli elementi del film, ma il loro mescolarsi insieme al meglio: in una squadra di supereroi, essere ben assortiti non è forse la cosa più importante?

Print Friendly, PDF & Email