Dopo il viaggio antropologico di Nymphomaniac, in cui una donna narra la progressiva scoperta dei propri desideri sessuali, con La Casa di Jack il regista danese Lars von Trier invita un uomo a sedersi sul lettino dell’analista per una lunga terapia. Von Trier suddivide la pellicola in cinque capitoli, ognuno dei quali corrisponde a un “incidente” del percorso tortuoso di cui il protagonista fa esperienza per creare l’opera d’arte definitiva.   

Stati Uniti D’America, anni settanta. Jack (Matt Dillon) è un architetto che soffre di disturbo ossessivo-compulsivo della personalità. Un giorno uccide una donna che gli aveva chiesto un passaggio in macchina e da quel momento decide di commettere altri omicidi per raggiungere la perfezione artistica.

“L’ingegnere legge la musica, l’architetto la scrive” dice Jack a Virgilio (Bruno Ganz), qui più in veste di psicologo che di traghettatore di anime. In La Casa di Jack Virgilio non giudica il “paziente”, ma mette a nudo l’interiorità del protagonista conversando e riflettendo sul suo operato, senza mai permettersi di scardinare i meccanismi che guidano il serial killer. Jack è cosciente di essere un pluriomicida ancor prima di iniziare il suo viaggio infernale, eppure ciò che più lo tormenta sono i fallimentari tentativi di progettazione della propria casa.

Se Jack fatica non poco nel trovare la materia adatta a imbastire le fondamenta, anche von Trier continua imperterrito la lotta intestina con il mezzo cinematografico. Le riprese camera a mano memori del manifesto Dogma, accanto all’inserimento di immagini di repertorio, “negativi” e ralenti in cgi dai colori saturi già visti in Melancholia, sono scelte che attestano le contraddizioni di fondo di un cineasta cinico e provocatore.

La contrapposizione tra sacro e profano, base portante di La Casa di Jack, viene esplicitata a dovere attraverso il divertissement sarcastico del regista nei confronti delle donne, della famiglia e dell’Olocausto perchè il verbo chiave è dissacrare. Per von Trier l’arte è insita in ogni azione dell’uomo, anche in quella più malvagia. Il motivo è la ricerca della completezza, oltre al mero appagamento di pulsioni irrefrenabili, difficili da tenere a bada o governare.

In La Casa di Jack ciò che forse colpisce più di una coltellata o di un proiettile è l’indifferenza nei confronti delle urla delle vittime prima del trapasso. Anche il carnefice non viene ascoltato seriamente quando tenta invano di essere catturato. E a proposito di silenzi, arrivano i tagli imposti al film dalla censura. Il divieto ai minori di diciotto anni anche per la versione integrale sottotitolata in italiano è un’arrampicata sugli specchi. Per la serie, oltre al danno, la beffa.

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