In Argentina si ricordano ancora le gesta di un criminale atipico, una figura che mai avrebbe destato sospetti sul suo modo di agire contro la legge e che invece, nel 1971, si macchiò di diversi crimini, tra cui undici omicidi e parecchi furti; stiamo parlando di Carlos Roberto Puch, un adolescente di 17 anni dal volto angelico, il quale mosse i suoi sanguinosi passi all’insegna della totale spensieratezza, sfruttando la propria figura rassicurante per poter raggirare determinati sospetti.

Sotto la guida produttiva del famoso regista Pedro Almodovar e di suo fratello Augustin, tramite la loro casa di produzione El Deseo, ecco quindi prendere vita un film che parla di questa pericolosa figura, un’opera che possa tratteggiare un degno sviluppo psicologico di Carlos e che ne racconti questo periodo turbolento della sua vita, nonostante la giovanissima età.

Diretto da Luis Ortega, L’angelo del crimine ci porta nei primi anni ’70, quando lo sbarbato Carlos (Lorenzo Ferro) nel modo più immorale possibile decise di darsi alla cattiveria pura, compiendo dei piccoli crimini e facendosi coinvolgere in una serie di colpi dall’amico Ramon (Chino Darin); entrambi formeranno una micidiale coppia, vogliosa di arricchirsi andando perennemente contro la legge e vivendo un conturbante rapporto sfociante nell’ambiguità più assoluta.

Recensione L'angelo del crimine
Sono gli anni del bandito Carlos, che, grazie a quei suoi dolci lineamenti, venne denominato dalla legge argentina “l’angelo del crimine”.

Scottante fatto realmente accaduto, quello raccontato nel film di Ortega è un viaggio al fianco di una delle figure più pericolose del Sud America, utilizzata in questa occasione per fare il punto su un’epoca dove ogni cosa era valorizzata in base alla sua bellezza, crimini compresi; erano i tempi in cui il ruolo di bandito era rilegato a soggetti dall’estetica discutibile, quindi un motivo in più allora per non sospettare il giovane Puch degli orrori che commetteva

Su tali basi L’angelo del crimine avanza di minuto in minuto, appoggiandosi ad una descrizione degli anni ’70 ben curata e sentita, musicalmente ricca di hit musicali del periodo (curiosa la presenza di una versione argentina di non ho l’età, cantata sempre da Gigliola Cinquetti), ma senza che la figura del suo temibile protagonista, reso da un esordiente Ferro, sia ben deducibile in tutto ciò.

Recensione L'angelo del crimine
Infatti, il difetto principale de L’angelo del crimine è quello di non premere l’acceleratore su determinati aspetti, come il perché Carlos agisca in quel modo oppure la nascita della sua natura ambigua, attratta dalla bellezza del suo compagno di avventure Ramon; tutto si appoggia su una specie di plot alla Romanzo criminale, proprio se vogliamo dirla tutta, ma senza esaltare il potenziale che c’è al centro di questa vicenda scottante, la quale andava analizzata in modo più profondo.

Nonostante l’argomento, la freddezza di alcuni momenti e la cura tecnica che c’è, questo lungometraggio di Ortega si assesta su un andazzo che sta nella media, anche al di sotto a volte, rischiando in più di un istante di annoiare e senza render chiaro il suo obiettivo, se descrivere il Puch ragazzo o quello criminale; un dettaglio che rende la visione di questo film meno interessante e più anonima, dando il minimo indispensabile riguardo a questo scottante caso tutto argentino.

L’angelo del crimine: scheda film

Recensione L'angelo del crimine

Regia: Luis Ortega

Interpreti: Lorenzo Ferro
                  Cecilia Roth
                  Luis Gnecco
                  Malena Villa
                  Sofia Ines Torner
                  Chino Darin
                  Daniel Fanego

Distribuzione: BIM, Movie Inspired

Durata: 118 min.

Uscita italiana: 30 maggio 2019

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