Che la cinematografia sudamericana sia, spesso e volentieri, una fonte inesauribile di sorprese, è qualcosa di cui abbiamo avuto modo di accorgerci già da diversi anni. Merito, probabilmente, di una politica che punta molto anche sui nomi nuovi. Compreso chi si occupa quasi esclusivamente di cinema sperimentale.
La cosa che, invece, piace un po’ meno è proprio il fatto che la distribuzione italiana sia spesso e volentieri paurosa nel puntare su titoli considerati, in un modo o nell’altro, “fuori dagli schemi”. Eppure, di quando in quando, qualche bella sorpresa ci viene regalata.

Piuttosto gradita, a tal proposito, è l’uscita in sala del lungometraggio L’Educazione di Rey, opera prima del giovane regista e sceneggiatore argentino Santiago Esteves, nonché affresco crudo e realistico della periferia argentina di oggi.

Rey (Matias Encinas) è un ragazzo poco più che adolescente, il quale si ritrova, suo malgrado, coinvolto in un furto insieme a suo fratello e a un amico di lui. Questi ultimi, tuttavia, vengono presi dalla polizia, mentre il giovane Rey riesce a fuggire con la refurtiva e finisce accidentalmente nel giardino di Carlos (German De Silva), un uomo ormai in pensione che, al fine di festeggiare il compleanno di sua moglie, le ha costruito personalmente una piccola serra, puntualmente distrutta dal Rey in fuga. Sarà compito di quest’ultimo, dunque, riparare il danno fatto e, nel frattempo, poter godere dell’ospitalità dello stesso Carlos e della sua famiglia.

L'educazione di ReySimbolico, realista, umano, ma, allo stesso tempo, spietato quanto basta, L’Educazione di Rey sta a sancire un ottimo inizio per il cineasta argentino, il quale, dalla sua, ha la capacità di saper osservare personaggi e situazioni cogliendo appieno ogni loro essenza.

La macchina da presa, dal canto suo – usata rigorosamente a mano – segue passo passo i protagonisti con fare zavattiniano, conferendo all’intero lavoro un riuscito piglio documentaristico, il più possibile fedele al vero. Ed ecco che la periferia argentina assume caratteri ben definiti e ben ci rende l’idea di quanto possa essere dura la vita di giovani senza punti di riferimenti, abbandonati completamente a sé stessi.

A tal proposito, particolarmente degno di nota è il rapporto che si instaura tra Rey e Carlos. Un rapporto che tanto sta a ricordare quello tra un padre e un figlio e che, di fatto, va ad assumere proprio tale valenza. A questo punto, compito di Carlos è quello di educare Rey ad affrontare la vita, a saper fronteggiare ogni situazione e – perché no? – persino a usare le armi.

Di fianco a un rapporto sì ben delineato, però, ecco apparire un buco in sceneggiatura. Se, infatti, nel momento in cui Rey fa il suo ingresso in casa di Carlos, vediamo i figli di quest’ultimo pronunciare qualcosa a riguardo, lasciando intuire un rapporto non sempre idilliaco con lo stesso Carlos, immediatamente tale questione viene lasciata cadere per non essere ripresa mai più, quando, di fatto, al fine di comprendere al meglio la necessità dell’uomo di prendersi cura di Rey, particolarmente urgente sarebbe stato un approfondimento del rapporto di lui con i suoi stessi figli.

Una dimenticanza, la presente, che, tuttavia, non impedisce a L’Educazione di Rey – esattamente a metà strada tra il racconto di formazione e il thriller – di classificarsi come un valido esordio, che tanto ci fa pensare all’ottimo La Terra dell’Abbastanza (per la regia dei fratelli D’Innocenzo). Uno dei prodotti nostrani più convincenti della scorsa stagione cinematografica.

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