Sono le esperienze della vita che ci permettono di comprendere l’arte oppure è l’arte ad aiutarci a capire la vita? Life, Animated, il documentario di Roger Ross Williams candidato al premio Oscar accanto al nostro Fuocoammare, sembrerebbe dimostrare che la seconda risposta sia quella più giusta. O quantomeno lo è per Owen Suskind: il film racconta la storia vera di questo bambino affetto da autismo che attraverso i classici Disney ha trovato una chiave per comprendere il mondo che lo circonda.

Prendendo spunto dal resoconto scritto dal padre di Owen, il giornalista Ron Suskind, Williams rievoca attraverso il disegno animato (quale mezzo più adatto!) l’infanzia di Owen, il suo sprofondare nella mattia e il suo lento percorso per uscire dall’isolamento in cui l’autismo l’aveva relegato. A questo racconto si intervallano le testimonianze dei genitori e del fratello e le riprese della vita attuale di Owen che, ormai ventitreenne, si prepara ad entrare nel mondo degli adulti.

I classici Disney propongono a Owen un microcosmo in cui le emozioni sono più nitide e chiare, in cui è perfettamente distinguibile il bene dal male, la sofferenza dalla gioia. È così che Le avventure di Peter Pan, Il Re Leone, Aladdin sono diventati per lui l’unica finestra per gettare uno sguardo sul mondo esterno, un vetro attraverso cui filtrare e dare un senso alla realtà. Questi film hanno anche rappresentato per i genitori un mezzo fondamentale per entrare in contatto con il figlio, per rompere quel muro di silenzio che la malattia aveva costruito intorno a lui. Un potere enorme, stupefacente, quasi magico, che ci ricorda quanto sia potente l’immagine e quel linguaggio per immagini che è il cinema.

Una storia eccezionale quella raccontata da Williams, ma allo stesso tempo assolutamente comprensibile per chiunque abbia amato il cinema fin dall’infanzia. Per tutti quei ragazzi, dall’Antoine Doinel de I 400 colpi in poi, che hanno cercato, e magari anche trovato, nel buio delle sale cinematografiche, davanti allo schermo del televisore e ora dell’iPhone, un tramite per affrontare la vita, per comprendere e conoscere (e certamente anche sfuggire) la realtà che si muove in torno a noi e che spesso appare difficile da accettare e da capire. Il cinema però, citando Hitchcock, mostra solo “i pezzi di torta” mentre “i pezzi di vita”, come arriverà a scoprire anche Owen, bisogna affrontarli da soli. Il rischio, infatti, è di ritrovarsi spaesati come Buster Keaton nel finale de La palla n°13: dopo aver baciato l’amata seguendo le prodezze dell’attore sullo schermo, il povero proiezionista rimane perplesso sul da farsi nel momento in cui arriva l’immancabile, ma necessaria, dissolvenza.

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