Diceva Roland Barthes che colorare il mondo significa negarlo. Se questo è vero allora va detto che il cinema da quando è diventato a colori non ha fatto che negare il mondo invece di rivelarlo (con la sola eccezione di tre grandi registi che sono Antonioni, Tarkovskij e Anghelopulos i quali hanno saputo applicare al colore tutte le mille sfumature del bianco e nero).

La nostalgia del bianco e nero ha tuttavia animato in tempi recenti alcuni registi, l’ultimo dei quali è il francese F.J. Ossang autore di 9 Doigts premiato al festival di Locarno 2017 e in sala da noi dal 18 febbraio. Il film  racconta un viaggio disperato verso il nulla a bordo di una nave contaminata ambientato in atmosfere tra noir e sci-fi rese in maniera magistrale mediante il ricorso a una fotografia in bianco e nero che evoca il cinema espressionista di un Murnau, ma anche quello successivo di un Welles o di un maestro del polar come Melville.

Molte sequenze sono citazioni da altri film famosi (che faranno la gioia dei cinefili amanti anche dei generi più popolari) e la loro successione acronica si configura come un repertorio visivo dell’immaginario collettivo cinematografico dal regime fantasmatico. I dialoghi sono essenziali  a conferma del primato assegnato all’immagine in un’epoca dove il cinema parla tanto ma fa vedere poco. Alla base della magia suscitata dal film c’è soprattutto la fedeltà alla pellicola di Ossang e il suo rifiuto del  digitale visto come un nemico mortale dell’arte cinematografica.

L’amore per la pellicola mostrato da Ossang (e prima di lui anche da Tarantino) è dovuto non a un gusto retrò fine a se stesso, ma alla consapevolezza che tutta la magia del cinema del passato è dovuta all’impiego di quel nitrato d’argento della pellicola che funge da trasmutatore alchemico della realtà capace di far affiorare l’anima invisibile delle cose.

Purtroppo nella storia del cinema le nozioni di fotogenia e di animismo care a teorici e registi del cinema muto quali Epstein, L’Herbier e Artaud sono state sostituite dapprima da un presunto realismo di matrice letteraria e teatrale e poi dalla odierna cinepittura digitale che quel che ha guadagnato in superficiale meraviglia lo ha perso in profondità interiore. La verità è che il cinema come linguaggio ha visto valorizzate le sue possibilità espressive soltanto al cinquanta per cento mentre le restanti sono state soffocate dal prevalere di una logica del mercato nemica dell’arte e attenta soltanto a  quella commerciale del profitto.

Di fatto, il  cinema è un’arte ancora tutta da scoprire, cosa che capiscono tutti quei  giovani che hanno potuto scoprire in qualche rassegna i vecchi film di Lang o di Pabst (come Dietro la porta chiusa o Lulù)  ma anche  gli horror prodotti negli anni ’40 da Val Lewton (tipo Il bacio della pantera) e che adesso vedranno anche questo 9 Doigts del cineasta estremo Ossang, quei giovani desiderosi di inquietanti visioni alternative al posto delle banali tele-visioni oggi dominanti sul piccolo e sul grande schermo.

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