“Non è da pazzi desiderare l’amore ideale, ma quando questo ci impedisce di vedere le persone vere e concrete che ci sono vicine, allora c’è veramente il rischio della follia. Bisognerebbe evitare le fissazioni e adattarsi alla vita”. Con queste parole la scrittrice sarda Milena Agus ha centrato in pieno il nucleo fondamentale di Mal di pietre, il film tratto dal suo romanzo omonimo tradotto in tutto il mondo, grande successo oltralpe prima che in patria.

La regista Nicole Garcia, insieme allo sceneggiatore Jacques Fieschi, l’ha adattato molto liberamente, trasferendo l’azione dalla Sardegna alla Provenza. Siamo nella Francia degli anni ’40 e ’50 e la bella ma “strana” Gabrielle, con disappunto della madre, vive con irrequietezza la sua ricerca dell’amore visto come ideale assoluto, come “cosa principale”. Sposata per volere della famiglia a un rifugiato spagnolo (Alex Brendemühl) che non ama (o che pensa di non amare) la donna troverà in un reduce molto malato (Louis Garrel) incontrato alle terme il grande amore intorno a cui costruire la propria vita.

“È l’amore un capriccio o un sentimento?” si domanda Hartley Coleridge in un suo sonetto. Se per il mondo che la circonda la risposta sembra essere la prima, per la protagonista di Mal di pietre è sicuramente la seconda: come l’Orlando di Ariosto, Gabrielle si abbandona completamente al suo folle sogno d’amore, che diventa per lei un elemento fondamentale per poter vivere.

La malattia di cui soffre Gabrielle non sono tanto i calcoli renali, “il mal di pietre” di cui parla il titolo, quanto piuttosto una forma di lucida follia, un’incapacità di adattarsi alla vita e di accettare l’imposizione della realtà sull’ideale, della ragione sulla passione. Una vera e propria battaglia, non tanto palese ma nascosta, spesso celata alla vista degli altri ma sempre percepibile nel suo distacco, nelle sue azione impulsive e sconsiderate, nelle parole infuocate delle lettere scritte al Reduce.

L’assenza nel film della Sardegna del libro, luogo simbolico dell’isolamento della protagonista, della separazione tra la realtà dura dell’isola e le possibilità di libertà del Continente, incide più di quanto sembri, ma non per forza in negativo: la storia cambia, certo, ma se perde in parte la sua dimensione familiare e mediterranea, guadagna invece qualcosa in drammaticità, pathos e definizione dei personaggi. Ci riesce grazie alla regia precisa e attenta della Garcia e al terzetto di ottimi attori guidati da una Marion Cotillard inquadrata in tutta la sua sensualità, capace di far percepire anche nei momenti di quiete la passione travolgente che si muove nel personaggio. Un peso doloroso da portarsi dietro, un male la cui cura è nascosta nell’enorme potere dell’immaginazione.

Immaginazione che acquista per Gabrielle una funzione riparatrice, capace di annullare le differenze tra sogno e vita, tra fantasia ideale e realtà. Come spesso riesce a fare anche il cinema con i suoi spettatori.

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