C’è un’inquadratura in particolare che, all’interno di Marriage Story – ultima fatica del cineasta statunitense Noah Baumbach, presentato in concorso alla 76° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia – sta a rappresentare meglio di qualunque altra inquadratura o di qualunque altra sequenza tutta la delicatezza con cui il regista stesso si è rapportato alla storia messa in scena. Tale inquadratura ci mostra una premurosa Scarlett Johansson nel momento in cui si china ad allacciare una scarpa ad Adam Driver, mentre quest’ultimo è intento ad andare via con il loro figlioletto. Una scena, la presente, che altro non racconta che un amore profondo. Un amore che sembrerebbe non finire mai. Un amore nato – o sarebbe meglio dire rinato, completamente trasformato – in seguito a una dolorosa separazione.

Perché, di fatto, il presente Marriage Story sta a raccontare, paradossalmente, proprio la fine di un amore, o, ad ogni modo, la fine di un matrimonio. Che fare, dunque, affinché la famiglia resti il più possibile unita, soprattutto per il bene dei figli? Le cose, di fatto, non sono per nulla semplici, soprattutto quando a mettercisi di mezzo è un sistema legale che altro non fa che allontanare ulteriormente le persone mettendole sempre più una contro l’altra.

Nel voler mettere in scena la presente separazione, dunque, Baumbach si è cimentato con una tematica tanto abusata quanto estremamente difficile da rappresentare senza scadere nel già visto o in banali luoghi comuni. Senza, dunque, alcun timore di commettere errori, il cineasta di Brooklyn è andato dritto per la sua strada, puntando la macchina da presa esclusivamente sui protagonisti stessi, mettendo a fuoco in modo sì empatico, ma anche con la dovuta imparzialità e con il dovuto distacco i loro punti deboli, le loro sofferenze e i fragili equilibri costituitisi. Con un approccio del genere, dunque, ne sono venuti fuori due personaggi caratterizzati alla perfezione (ulteriormente valorizzati dalla bravura degli interpreti e, in particolare, dello stesso Adam Driver) che reggono sulle loro spalle un intero lungometraggio in pieno stile Baumbach.


Se, infatti, il regista – divenuto noto al grande pubblico dopo aver iniziato a muovere i primi passi all’interno del circuito underground – si è spesso a volentieri distinto per un approccio tendenzialmente lieve e spensierato (forte anche di una regia dinamica e immagini dai toni caldi, quasi pastello, che sembrano volerci raccontare vicende collocate all’interno di un contesto storico non ben specificato) unito talvolta a una drammaticità di fondo dei temi trattati, la tal cosa nel presente Marriage Story viene sfruttata al massimo delle sue potenzialità, per un risultato finale pieno, completo, a cui nulla si vorrebbe togliere e nulla si vorrebbe aggiungere e una storia che, pur con un retrogusto amaro e con momenti in grado di inferire forti, fortissimi scossoni emotivi, riesce a suo modo a rasserenare lo spettatore e a scaldare il cuore.

Ed è proprio qui che si vede la bravura di un regista: nel mettere in scena una tematica più e più volte sfruttata, dando vita a qualcosa di totalmente nuovo e incisivo, e nel raccontare un qualcosa di apparentemente semplice, ma, in realtà, molto più complesso di quanto si possa immaginare. D’altronde, si sa, l’essere umano e le relazioni che esso intreccia sono di quanto più sfaccettato ci sia. E Baumbach, dal canto suo, vede nel cantare le sue vicende la sua più spiccata vocazione.

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