Una di quelle storie trite e ritrite che hanno già ampiamente “popolato” il grande schermo: da Nei panni di una bionda (1991) di Blake Edwards a Ho sposato un fantasma (1984) con Steve Martin a Nella sua pelle con Guy Pearce (1996) fino ad altre pellicole che hanno raccontato di “reincarnazione” in un corpo non per forza dell’altro sesso, spesso anche animale.

Parliamo di Moglie e Marito primo lungometraggio del regista Simone Godano, sceneggiato da Giulia Steigerwalt, in uscita nelle sale il 12 aprile, con protagonisti Pierfrancesco Favino e Kasia Smutniak che interpretano Andrea e Sofia. Coppia sposata da 11 anni, due figli e in piena crisi: lui neurochirurgo troppo impegnato in un ambizioso esperimento scientifico, lei conduttrice televisiva/mamma/moglie trascurata e irritante. Una sera, dopo l’ennesimo litigio, decidono di divorziare ma proprio a causa dell’esperimento di Andrea qualcosa va storto e i due si ritrovano uno nel corpo dell’altra. Dopo lo choc iniziale entrambi decidono di mandare avanti i loro progetti e tentare di convivere con questa assurda novità ma il disastro è assicurato: Sofia/Andrea sviene in sala operatoria, Andrea/Sofia non riesce a mantenersi dritto sui tacchi e in diretta tv si siede a gambe aperte a favore di camera. Entrambi sperimentano le esperienze dell’altro sesso, il bello e le difficoltà di essere l’altro e comprendono per la prima volta i veri sentimenti del loro partner.

Il film si rivela presto essere un’occasione mancata per raccontare realmente il divario che, inevitabilmente, esiste tra uomo e donna, provando a immaginare e inventare la reazione di una e l’altro nella “dimensione” opposta e che non riguarda solo tacchi, mestruazioni ed erezioni. Sono tanti gli argomenti, spesso delicati, che da sempre proviamo a spiegare all’altro sesso che per natura non può comprendere. Soprattutto in una realtà come quella del nostro Paese nella quale le discriminazioni tardano a svanire: per esempio la donna ancora “obbligata” a scegliere se fare la mamma o fare carriera e l’uomo che viene praticamente “distrutto” economicamente durante un divorzio. In Moglie e Marito queste tematiche vengono solo sfiorate: la tirociniante di Andrea sminuita dal collega in poche battute, Sofia che prima dello scambio di corpo va dall’avvocato per assicurarsi di “rovinare” il marito durante la separazione.

Si è scelto, invece, di scivolare nei cliché sui generi: Favino nei panni di una donna diventa così fragile, piagnucoloso, eccessivamente effemminato; la Smutniak nel corpo di un uomo è di colpo insensibile e volgare non rispecchiando per niente la natura del personaggio di Andrea. Le performance appaiono così poco misurate tramutandosi in delle vere e proprie macchiette, soprattutto nel caso di Favino.

Si tratta dei cliché che una classica “commedia degli equivoci” prevede e c’è un certo gusto nel vederli, ci tiene a precisare l’attore in conferenza stampa: il problema sta, però, nel rivederli per l’ennesima volta. La tradizione della commedia italiana ci ha dimostrato che si può essere leggeri e taglienti nello stesso tempo, raccontando una realtà anche tragica con umorismo e ironia e alcuni autori contemporanei hanno saputo “assimilare” la lezione, uno tra tutti Massimiliano Bruno.

Un’altra tematica, invece, che avrebbe meritato più spazio e approfondimento come quella per una donna di liberarsi dalle convenzioni che le vengono da sempre imposte viene relegata in poche battute nel finale slegato completamente da tutta la narrazione.

Un film che più che istruzioni per l’uso di coppia, come ha spiegato Favino, in realtà si rivela un “bugiardino” indicativo dei già noti, preoccupanti, sintomi di parte della commedia italiana.

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