Per oltre un secolo gli Stati Uniti sono stati visti come la “terra delle opportunità”, dove chi lavora sodo e ha un pizzico di fortuna fa strada. Il sogno americano cominciava a Ellis Island, nella baia di New York, dove la Statua della Libertà ammiccava a milioni di nuovi arrivati promettendo, non senza durezze, un’esistenza stabile con prosperità e integrazione. Oggi, lì dove il sogno ha avuto origine e dove si è come inceppato nel tempo, le differenze di allora non si percepiscono quasi più, ma gli immigrati di ultima generazione sono ancora ai margini di una “terra promessa” fittizia che alimenta il loro desiderio di “farcela” costringendoli a difendere una frazione sempre più risicata di libertà. La storia di Luciana è una delle tante: da poco emigrata dalla Spagna nella Grande Mela, sola, senza documenti, né assicurazione sanitaria, tenta di ricostruirsi una vita dopo essersi lasciata alle spalle un incidente traumatico del suo passato. Ma sopravvivere alla frenetica vita newyorkese non è semplice. Luciana lo sa, per questo accetta ogni tipo di lavoro sottopagato pur di sbarcare il lunario: distribuisce volantini pubblicitari mascherata da pollo, fa la babysitter, si presenta a una festa esclusiva ben vestita, apparentemente solo per farsi guardare. Olga, l’amica russa con cui condivide tutti i giorni le sue difficoltà lavorative e che Luciana dovrebbe sostituire, la rassicura: nessun contatto fisico, dovrà solo “reggere il gioco” degli ospiti, in cambio di duemila dollari. Ma la serata prenderà ben presto una piega imprevista e perversa, e sarà troppo tardi per tornare indietro.

Most Beautiful Island, opera prima di Ana Asensio – apparsa in serie TV e film come The AfterlightZenith e The Archive, qui in veste sia di attrice che di regista e sceneggiatrice – è un film amaro e disincantato: l’isola dove “tutto può accadere, basta volerlo” diventa nella lettura asciutta e senza filtri della Asensio la metropoli del paradosso, pronta ad accogliere tutti per poi lasciarli al proprio destino, sospesa tra il reale e la surrealtà di un quotidiano che pure si perpetua. Le false soggettive che all’inizio del film ritraggono donne dalle identità sconosciute avventurarsi per le vie di Manhattan in mezzo alla folla brulicante celano, dietro l’apparente ottimismo delle loro vite dinamiche, l’ansia di chi è pronto a tutto per sfondare in un mondo impietoso e quanto mai competitivo. Luciana è disposta a condividere la vasca da bagno con gli scarafaggi, a rubacchiare nei negozi, a non curarsi, persino a sfidare la morte, pur di non fronteggiare l’intimità del suo dramma personale e di ottenere una posizione nella società che conta. Baratta il suo sogno con la propria dignità, ma finisce inghiottita in un incubo senza uscita.

C’è molta autobiografia nell’odissea di Luciana: Asensio non si immedesima soltanto nel suo personaggio assumendone lo sguardo inquieto alla perfezione, ma cala nella sceneggiatura alcuni passaggi vissuti sulla propria pelle quando lei stessa era un’immigrata senza futuro. Gli spunti personali aiutano l’edificazione di un dramma intimo alla Cassavetes, che però si serve delle cifre tipiche del thriller psicologico per metaforizzare la coscienza di un dolore che non può essere metabolizzato. Il senso di claustrofobia diffusa (tipica di alcuni film di Polanski) che la regista ottiene, con un budget ridottissimo, attraverso l’uso di una macchina da presa in 16mm e una buona padronanza dei suoni fuoricampo, si acuisce quando insegue la sua protagonista nel freddo scantinato dove avrà luogo la festa. Da quel momento, per Luciana e le altre donne che come lei hanno accettato l’incarico, l’attesa davanti alla porta che le separa dall’ignoto si farà sempre più insostenibile, fino a quando la tensione esploderà in angoscia.

In 80 minuti Asensio ha giusto il tempo per raccontare una giornata nella vita di Luciana e poi andarsene. Non c’è modo di sapere che ne sarà di lei, se riuscirà finalmente a risalire la china o resterà per sempre straniera. La vita reale non aspetta, suggerisce un po’ frettolosamente la regista. E il sogno americano dell’happy life? Una menzogna, perché quello che ci portiamo dentro sarà sempre lì, a tormentarci, finché non avremo imparato che anche la libertà ha un prezzo.

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