Mostre di cinema 2017 Fino all’8 gennaio 2018 il Museo Nazionale del Cinema di Torino ospita BESTIALE! Animal Film Stars, la prima mostra dedicata agli animali sul grande schermo inaugurata lo scorso 14 giugno, a cura di Davide Ferrario e Donata Pesenti Campagnoni, con la collaborazione di Tamara Sillo e Nicoletta Pacini.

 

mostre di cinema 2017

The Horse in Motion: “Abe Edginton”. Eadweard Muybridge, 1878

Lassie, Furia, Rin Tin Tin, Balthazar, Rhubarb, Cheeta, Uggie: il cinema ha sempre magnificato gli animali raccontandoli nella loro naturalità o spingendone agli estremi la malvagità e la mitezza, rendendoli via via mostri ossessivi o affidabili compagni di vita. Dalle sperimentazioni cronofotografiche di Eadweard Muybridge sui cavalli al galoppo alle pellicole tecnicamente più mature dei fratelli Lumière – impresari con l’ossessione della dinamicità delle immagini – il proto-cinema di fine Ottocento era già tutto un susseguirsi di animali che correvano, saltavano, volavano, si riproducevano e morivano. Attraverso la riproduzione tecnica del movimento animale si testava la funzionalità del nuovo dispositivo, ma si inaugurava pure quel bestiario di fraintendimenti che avrebbe invaso l’immaginario comune, grazie a una tecnologia sempre più tesa a antropomorfizzarli e de-animalizzarli. Fraintendimenti, ma anche pratiche necessità, dato che il cinema è soprattutto un’industria in cui gli animali devono aderire alle attese, o meglio, alle inconsce preferenze degli spettatori. Perché non c’è animale che, penetrando in uno schermo, non diventi qualcos’altro da sé, che non si trasformi in una proiezione virtuale non di com’è, ma di come desideriamo che sia (cfr. Gli animali nel cinema: umani come noi). Siamo stati educati a pensare che la natura e gli animali siano stati messi al servizio dell’uomo perché ne possa disporre liberamente. Così il cinema non ha fatto che assecondare la distorsione che nei secoli ha prodotto simili differenze ontologiche: li ha investiti di significati simbolici, ha concesso loro doti sovrumane di saggezza o istinti deleteri e capacità di parola, li ha ridotti in dettaglio da consumare come merce immaginaria. E naturalmente, ha finito per dimenticare un particolare: anche gli animali ci guardanomostre di cinema 2017

La mostra in pillole mostre di cinema 

È da queste premesse che il percorso espositivo della mostra BESTIALE! si sviluppa all’interno degli spazi del Museo Nazionale del Cinema di Torino. Gli oltre 440 pezzi esposti – provenienti per metà dalle collezioni del museo, per l’altra da prestigiose istituzioni internazionali come l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences e l’American Humane Hollywood Archive – raccontano al visitatore l’universo multiforme degli animali al cinema, dove fotografie, manifesti, storyboards, costumi di scena, memorabilia e animatronics dialogano con le sequenze dei film assemblati in montaggi speciali. La difficoltà di circoscrivere una materia d’indagine così estesa entro i limiti fisici di una mostra ha indotto i curatori a focalizzare l’attenzione sui film di finzione con animali veri: dunque, niente cinema d’animazione, fantascientifico, documentaristico, né dinosauri, mostri e affini. Tuttavia, proprio la quantità di significati che la cineanimalità catalizza su di sé – come escludere King Kong, primo animatronic di successo, o una pietra miliare della relazione uomo-animale come il documentario Grizzly Man di Herzog? – ha allentato inevitabilmente le maglie di questa griglia interpretativa estendendo la riflessione a spunti d’indagine non troppo irregimentati: lo status di animale star, la “recitazione animale”, gli animali simbolici, le creature a metà fra uomo e animale, Eros (storie d’amore di uomini e animali) e Thanatos (l’abuso di animali sul set).

Recitare da cani mostre di cinema 2017

mostre di cinema 2017

Au hasard Balthazar. Robert Bresson, 1966

«Ci sono film in cui gli animali sono “loro stessi” e altri in cui incarnano qualcosa di “più grande di loro”. Curiosamente (o forse no), i film dove l’animale ha un significato più profondo sono quelli in cui recita di meno» (Davide Ferrario). Come rilevato in apertura, esiste una tendenza storica che asseconda la natura dell’animale (grazie all’intervento dell’addestratore), costruendogli intorno una storia di umani: è il caso dei cani eroi, da Rin Tin Tin a Lassie fino a Hachiko, che si qualificano come amici dell’uomo per antonomasia anche nella realtà, e dell’altrettanto infallibile coppia cowboy-cavallo (Tom Mix/Tony, Roy Rogers/Trigger), che ha fatto la fortuna del genere western. Per contro, anche a una bestia selvaggia che si pone come minaccia per l’uomo e per la sua comunità si chiede di essere sostanzialmente se stessa: insetti, leoni, coccodrilli, ragni, orche, serpenti, elefanti (persino i gatti neri degli horror anni ’40 e ‘50), il pericolo può arrivare da dovunque, anche se gli esempi più calzanti restano ovviamente Gli uccelli di Hitchcock e Lo squalo di Spielberg. Dai Lumière a oggi, l’inclinazione prevalente (alimentata soprattutto dal cinema di produzione Disney) è rimasta però quella di umanizzare gli animali, dotandoli di personalità e, talvolta, di linguaggio. I barkies degli anni ’30 (film “abbaiati” che facevano il verso ai talkies) che costringevano i cani a recitare su due zampe e a “parlare” mediante semplici trucchi di ripresa, così come Francis, il mulo parlante star degli anni ’50, la cui “recitazione” era ottenuta tramite un filo legato alle mascelle, visti con gli occhi dello spettatore moderno suscitano indignazione più che divertimento. Ma sono questi modelli di antropomorfizzazione a gettare le basi della svolta segnata negli anni ’90 da Babe: il tenero maialino pastore simula un’espressività mai vista grazie a una tecnologia sofisticata che combina animali veri, animatronics e effetti speciali computerizzati. Da allora, è normale imbattersi in film con creature digitali idealizzate o che aspirano ad essere percepite come vere, quali la tigre di Vita di Pi o l’orso di Revenant. Ma si può continuare a parlare nel loro caso di “recitazione animale”? O funzionano ancora e meglio i primi piani dell’asinello senza redenzione Balthazar, che con i suoi grandi occhi afflitti costringeva, nel capolavoro “animalista” di Bresson, a interrogarci sul suo sguardo anziché sul nostro? mostre di cinema 2017

Star a quattro zampe 

Uggie, star di The Artist. Michel Hazanavicius, 2011

Nel 2015 la stampa di tutto il mondo annunciò la morte di Uggie, il Jack Russell Terrier noto soprattutto per la sua performance nel pluripremiato The Artist al fianco di Jean Dujardin. Protagonista di una decina di film (fra cui Come l’acqua per gli elefanti), era entrato nell’olimpo dello star-system grazie al ruolo nel film di Hazanavicius rovesciando le classiche storie degli animali divi. Solitamente, è sempre il personaggio a restare impresso nella fantasia degli spettatori, non è importante l’animale in carne ed ossa che lo interpreta (tanto più che quello che identifichiamo come il protagonista di un film non è mai uno, ma il prodotto dell’interazione di più animali). Con Uggie, invece, accadde il contrario: fu il pubblico a trasformarlo in una stella del cinema e a dar vita a una vera e propria “Uggie mania”, al punto da indurre i fan a presentare una petizione ai membri dell’Academy e del Bafta per il riconoscimento della sua interpretazione in The Artist. La petizione non andò a buon fine, ma Uggie si aggiudicò – come tanti colleghi prima di lui – numerosi premi e altrettante partecipazioni a eventi benefici e tour promozionali in giro per il mondo. Anche gli animali-attori hanno infatti premi dedicati al loro talento cinematografico: il più importante storicamente è stato il PATSY Award, creato dall’American Humane nel 1951 e assegnato fino al 1986, che prevedeva ben quattro categorie: canina, equina, animali selvatici e una speciale che includeva gli esclusi (i gatti, per esempio, di cui l’Orangey di Rhubarb e Colazione da Tiffany fu di certo il più famoso). Destinato esclusivamente alla miglior interpretazione canina, singola o di gruppo, è invece il Palm Dog Award, istituito nel 2001 dal giornalista Toby Rose e consegnato ancora oggi in occasione del Festival di Cannes. Talvolta, la popolarità dell’attore animale può essere talmente estesa da oscurare quella del suo partner umano: come testimoniano Donald O’Connor, coprotagonista della serie dedicata al mulo parlante Francis (primo vincitore del PATSY Award), la cui gelosia nei confronti dell’animale fu determinante nello spingerlo ad abbandonare la serie, e lo stesso Dujardin che, in occasione del London Film Critics’ Circle Award, non nascose il suo dissenso verso la campagna nata in favore di un premio a Uggie. In certi casi, l’iconicità di un animale sul grande schermo modifica persino la relazione uomo/animale: il maschio di orca Keiko, vissuto in cattività per 11 anni, risvegliò le pulsioni animaliste dei fan quando nel 1993 uscì Free Willy – Un amico da salvare. Ma la campagna per la sua liberazione, durata otto anni, si rivelò purtroppo una trappola mortale: l’orca aveva dipeso per tutta la vita dagli umani e non sembrava particolarmente intenzionata a tornare libera come era avvenuto nel film: scomparsa per diverse settimane dietro a un branco di suoi simili, Keiko riapparve a mille km di distanza dal luogo della liberazione. Non si mosse più di lì e morì subito dopo.

 

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