“Bruno Colella è un performer, un artista, un poeta, è un amico e un grandissimo attore, l’ironia gli appartiene”, così Alessandro Haber ha definito il regista partenopeo, figura atipica e difficile da inquadrare. Lo è anche il suo ultimo film My Italy, progetto che già sulla carta ha qualcosa di folle e anarchico: contaminare il documentario d’arte con la commedia all’italiana.

In una sorta di cortocircuito metacinematografico, la storia raccontata da My Italy è quella di un produttore italiano (lo stesso Colella) e del suo succube assistente (Marco Tornese) alla disperata ricerca di fondi per girare un film su quattro grandi artisti stranieri contemporanei che vivono in Italia. Questi moderni Totò e Peppino vagano tra Varsavia e Cannes incappando in molte disavventure, che vedono coinvolto un produttore polacco (Jerzy Stuhr, attore morettiano per Il caimano e Habemus Papam) e un’attrice del cinema “scollacciato” ormai sul viale del tramonto (Serena Grandi, sempre più a suo agio, dopo La grande bellezza di Sorrentino, nell’interpretare se stessa).

Colella utilizza questa cornice narrativa per raccontare la vita e le opere del pittore americano Mark Kostabi, dello scultore polacco Krzysztof Bednarski, del pittore e performer malese H.H. Lim e dell’artista danese Thorsten Kirchhoff. Lo fa anche in questo caso mischiando verità e finzione, trasformando gli artisti in attori e scegliendo delle esili storielle come filo narrativo nell’indagine su di loro. Un’occasione per un viaggio in giro per l’Italia in grado di spiegare la suggestione che il bel paese ha su questi grandi artisti. “Ero un po’ sospettoso che fosse il solito film comico sgradevole e avevo paura per la mia carriera” ha confessato Lim. “Io non conoscevo Bruno, però oggi posso dire che è un mago, per me è come Kaurismäki. Sono veramente orgoglioso di aver partecipato a questo film”.

Il paragone, pur fatto in buona fede, rischia di essere forviante. Approssimativo nelle riprese e nel montaggio, confuso e sconclusionato da un punto di vista narrativo, didascalico quando spiega la poetica degli artisti (con Achille Bonito Oliva che parla seduto su una sedia mentre alle sue spalle scorrono le riprese delle opere, creando un effetto da Tele Milano degli anni ’80), il film si riscatta proprio nella sua strana vocazione documentaria, grazie ad alcuni momenti in cui riesce a intercettare dietro le storie di finzione in cui si muovono gli artisti, frammenti di verità e di inaspettata poetica. “L’occhio di Bruno è poetico” ha detto Lina Sastri in conferenza stampa, “secondo me è attentissimo aldilà di quel caos che sembra mostrare”.

La Sastri è solo uno dei tanti attori coinvolti in ironici cammei, vero valore aggiunto al film: l’attrice napoletana è la vedova di un camorrista pronta a tutto per avere un monumento funebre all’altezza del marito, Nino Frassica un My Italy Serena Grandiirresistibile meccanico nonsense, Rocco Papaleo un pragmatico idraulico, Sebastiano Somma un robivecchi omosessuale, Luisa Ranieri una misteriosa femme fatale, Alessandro Haber un pastore fantasma arrivato direttamente dagli anni del brigantaggio, Piera Degli Esposti semplicemente se stessa (e obiettivamente non serve altro). Tutti d’accordo nel riconoscere nel connubio tra commedia e documentario il grande pregio del film. “Di solito i film possono essere noiosi quando raccontano le storie e anche quando raccontano le persone dal di dentro” ha detto proprio la Degli Esposti. “Questo film no, riesce a farci vedere i viaggi, le persone con una grandissima originalità. Soprattutto, che un film faccia ridere occupandosi di pittori, di cultura, è incredibile”.

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