Il padre d’Italia è un titolo che nasconde un doppio significato, concreto e simbolico, reale e metaforico. Su questi due binari si muove il secondo lungometraggio del trentenne Fabio Mollo, che il film l’ha anche scritto insieme a Josella Porto. Paolo è un giovane omosessuale introverso e con i piedi per terra, che ancora accusa i colpi dell’abbandono della madre e di un’infanzia vissuta senza famiglia. L’incontro con Mia, una ragazza folle e svampita al sesto mese di gravidanza, gli sconvolgerà la vita, costringendolo a un viaggio che da Torino lo porterà fino al profondo Sud del Paese.

Comincia così per il protagonista un pellegrinaggio sulle tracce di un padre che non è poi così importante, che non si trova, che non c’è, che è morto, sparito, senza identità. È anche l’occasione per lui di venire a patti con il proprio passato, di dare volto a una madre sempre di spalle che non si guarda mai indietro. Quello che per Paolo è un viaggio alla ricerca di una paternità che ritiene impossibile, che pensa di non meritare, è invece per Mia un percorso al contrario. La sua è una fuga dalla grande famiglia, da una realtà femminile chiusa tra le quattro mura della cucina, luogo simbolico di una maternità fatta più di responsabilità e imposizioni che d’amore. Il sogno di rassicurante “normalità” che entrambi accarezzano è un impossibile ritorno in una casa che non è più loro, dove non si è benvenuti, come cantano gli Smiths in There is a light that never goes out

L’ispirazione sembrerebbe essere Il ladro di bambini, ma a differenza del film di Amelio quello dei due protagonisti del Il padre d’Italia è un road movie più astratto che reale, dove il cambio di località è quasi impercettibile, i tempi condensati. Ogni fermata è una tappa in uno dei luoghi delle certezze perdute del Belpaese: il matrimonio, la famiglia, i genitori, la fede.

Paolo e Mia sono due personaggi speculari che raccontano una generazione di adulti che non sa ancora cosa vuole fare da grande, anche perché non ci sono più strade chiare e definite da seguire e il suo percorso deve costruirselo da zero. Facendo i conti con modelli di vita che non funzionano più ma in cui si continua a far finta di credere, costretta a camminare sotto gli sguardi indagatori di un paese che cambia ma che in fondo resta sempre lo stesso, dove si festeggiano le comunioni con i riti degli anni ’50 ma dove quando ti capita qualcosa non si sa più con sicurezza se è una cosa bella o una cosa brutta.

Non è film perfetto Il padre d’Italia; una certa meccanicità dell’intreccio e qualche metafora di troppo, e troppo facile, non tolgono però al film il coraggio, e la capacità, di raccontare i cambiamenti del nostro paese. Aiutano molto anche i due bravissimi interpreti, sia Isabella Ragonese, alle prese con un personaggio più convenzionale che grazie a lei acquista una sua umanità, sia Luca Marinelli, che dimostra ancora una volta di essere uno degli interpreti più interessanti del nostro cinema. Grazie all’incontro con Mia, il suo Paolo riesce finalmente a vedere un futuro, ad affrontare la paura del proprio passato, di un presente incerto, di un’idea di natura che in realtà è assolutamente artificiale e che può essere superata. Accorgendosi così di essere diventato, per miracolo, il vero, naturale e per niente contro natura, padre d’Italia.

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