Forse per un film che parla di spiritismo può essere considerato un pregio quello di riuscire a mandare in trance gli spettatori in sala. Peccato però che non siano i poteri paranormali delle due sorelle protagoniste di Planetarium ad accompagnare il pubblico tra le braccia di Morfeo. Il film di Rebecca Zlotowski, presentato a Venezia 73 e in uscita il 13 aprile nelle sale italiane si dimostra ben presto solo una seduta spiritica taroccata, un gioco di specchi non riuscito. Protagoniste della storia due giovani sensitive americane, Laura (Natalie Portman) e Kate (Lili-Rose Depp, figlia di Johnny). L’incontro con un produttore cinematografico (Emmanuel Salinger) durante una tournée in Europa e gli echi della guerra in arrivo (siamo negli anni ’30) cambieranno in maniera definitiva il corso delle loro vite.

Difficile raccontare altro, perché il film risulta fin da subito incredibilmente confuso nel dipanare le storie e nel seguire le vicende dei diversi personaggi. Forte di un cast internazionale, la francese Zlotowski, che il film l’ha anche scritto insieme a Robin Campillo (incappando in qualche imprecisione storica), tenta di metter insieme suggestioni e argomenti che sembrano entrarci poco l’uno con l’altro e non riescono infatti a trovare una loro amalgama. Tanti gli spunti che cerca di seguire, dalla metafora del cinema come forma di spiritismo tecnologico, in grado di mostrare i fantasmi di qualcosa che è passato e che non c’è più, alla riflessione sul lavoro dell’attore, a un possibile parallelo tra la situazione europea tra le due guerre e la nostra attualità. I singoli ingredienti valgono però più della loro somma, e il risultato finale è veramente difficile da digerire.

Non aiutato da un montaggio spesso brusco e poco chiaro, Planetarium vorrebbe dire tanto ma finisce per non dire nulla, per toccare tanti temi senza approfondirne nessuno. Manca un’idea che faccia da collante tra le parti, un centro forte capace di dare una ragion d’essere e un senso a questa storia dove tutto appare scollegato, messo insieme per accumulo senza una logica e una costruzione precisa.

Tra immagini patinate e primi piani della Portman che fanno pensare a una lunga pubblicità di profumi, si esce dalla sala storditi e un po’ annoiati, con l’impressione di aver assistito a una snervante seduta intorno al tavolo di una medium fasulla in cui lo spirito che si è cercato inutilmente di evocare non è riuscito purtroppo a palesarsi.

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