L’unico Sessantotto davvero memorabile non è quello fatto dagli studenti borghesi odiati da Pasolini ma è quello fatto dal cinema con opere ancora oggi  capaci di conquistare il grande pubblico. Si tratta di un gruppo di quattro film, usciti tutti in quell’anno e di varia provenienza, innovativi nel linguaggio e profondi nel significato che reggono alla prova del tempo, film che quando vengono riproposti ottengono lo stesso successo di allora.


Il primo è il poema visivo girato da Kubrick 2001:Odissea nello spazioun’opera  ricca di invenzioni tecniche e poetiche che resta affascinante anche per chi non ama la fantascienza e si pone domande sull’evoluzione dell’umanità nel corso dei millenni.

Il secondo film è Rosemary’s babyl’horror a sfondo demoniaco girato da un Polanski al meglio del suo talento di regista della crudeltà intesa in senso metafisico e affidata alla dimensione filosofica del dubbio.

Il terzo è C’era una volta il Westla rilettura in chiave epico-nostalgica del mito della frontiera operata da Leone con grandiosità di sguardo e penetrazione psicologica in una rievocazione di ampio respiro dove il montaggio e i movimenti di macchina compongono una partitura audio-visiva di grande fascino.

Il quarto titolo è inerente al genere commedia ed è Hollywood partyil kolossal comico di Blake Edwards  che rinnova i fasti della slapstick comedy grazie a una catena di situazioni esilaranti che ruotano attorno al pasticcione Peter Sellers nel ruolo di una comparsa molto distratta che combina guai dall’inizio fino al finale di un catastrofismo surreale.
Quattro titoli insuperati nel loro genere che sono anche quattro grandi prototipi che avrebbero ispirato altri titoli nei decenni seguenti e dei quali alcuni momenti sono rimasti nella memoria collettiva degli spettatori di tutto il mondo (l’ellissi dalla clava all’astronave in 2001, la visione del figlio del Diavolo in Rosemary’s baby, la partitura di primi piani e di rumori all’inizio di C’era una volta il West, l’elefante in piscina nella catastrofica e onirica sequenza finale di Hollywood party).

Come se non bastasse, il ’68 al cinema è anche altro, molto altro. E’ anche La notte delmorti viventi di Romero, è Stéphane,una moglie infedele di Chabrol, è Baci rubati di Truffaut, è La via lattea di Bunuel, è Se… di Anderson, titoli ai quali vanno aggiunti Teorema di Pasolini e, per restare in Italia, anche L’urlo di Tinto Brass nel suo esordio anarchico e lo psicoanalitico e poetico Diario di una schizofrenica di Nelo Risi, tutti film di cui ritroveremo echi nelle opere di molti registi negli anni seguenti.
Il 1968 è stato, dunque, un anno magico per il cinema così come lo era stato cinquant’anni prima il biennio 1927-28 in cui uscirono  alcuni dei grandi capolavori del muto (tra cui Aurora di Murnau,  La passione di Giovanna D’Arco di Dreyer, La folla di Vidor, Il circo di Chaplin e Il vento di Sjostrom). A confrontare i film dei due diversi anni citati con la produzione di questo 2018 (e anche dei subito precedenti decenni) si viene presi dallo sconforto e, peggio, dalla sensazione che il cinema come arte sia morto nonostante (o a causa di) i progressi della tecnica tra cui il digitale. A nutrire questa impressione è, ad esempio, Tarantino, uno che sarà pure postmoderno ma che pensa che il vero cinema sia quello del passato fatto con la pellicola in 35mm o meglio in 70mm. Ne riparleremo magari nel prossimo 2058 sperando in una inversione che arresti il declino di quella che fu la settima arte (sempre che nel frattempo il cinema non sia stato interamente zombizzato tramite smartphone da Netflix e dalle altre piattaforme assassine delle forme umane).

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