Smetto quando voglio – Ad Honorem è il terzo ed ultimo capitolo della saga sulla “Banda dei ricercatori” firmata Sydney Sibilia.

Questo ultimo capitolo vede il neurobiologico precario Pietro Zinni (Edoardo Leo) e la sua scalcagnata banda di eruditi sventare un attacco con il gas nervino all’università La Sapienza di Roma. Dopo un’evasione rocambolesca travestiti da frati, gli improvvisati criminali, grazie alle loro conoscenze e ad uno spiccato spirito di adattamento, sventeranno il malvagio piano di Walter Mercurio (Luigi Lo Cascio) determinato a perseguire la sua folle vendetta: eliminare tutti gli accademici che hanno segnato negativamente il suo passato.

La trama di Smetto quando voglio – Ad Honorem sembra ricalcata su quelle disegnate nei vecchi albi di supereroi e, proprio come gli eroi mascherati del passato, i membri della banda dei ricercatori non hanno un’evoluzione psicologica marcata, restano fondamentalmente gli stessi del primo capitolo. L’incapacità di rinnovare questi personaggi, perfettamente calati nella realtà italiana di oggi, alla lunga li ha resi stantii e troppo prevedibili come è scontato e molto poco curato il sottotesto sociale che fa ancora forza sulla condizione precaria dei ricercatori, sui favoritismi nell’ambito universitario e sulla totale assenza di meritocrazia.

Sibilia presenta una messa in scena che cerca spasmodicamente, ma invano, l’ironia, strappando un sorriso soltanto nella sequenza dove un bravissimo Stefano Fresi canta l’opera lirica. I raccordi di regia, che nel primo capitolo erano ben studiati, qui appaiono immediati, mai sorprendenti o innovativi, il crocevia che lega insieme i tre film e fa quadrare i conti con la linea temporale del racconto è una buona travata, seppur non originalissima, ma le inquadrature sono poco precise e perciò poco leggibili.

A Risollevare le sorti del film intervengono le battute ben dosate e taglienti date da un cast divertito e perciò capace di offrire una prestazione di prim’ordine.

Smetto quando voglio – Ad Honorem si inserisce come alternativa alle proposte italiane di dubbia qualità del periodo, non brilla per innovazione e originalità, ma è una spensierata commedia che, se si è capaci di accontentersi, è anche godibile e simpatica. Il film, proprio come La banda dei ricercatori, non perde mai, ma neanche vince. 

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