Il tempo e la memoria. Queste sono le due colonne portanti dell’opera tutta del celebre cineasta ucraino Sergei Loznitsa. Il tempo che, ripresentandosi all’infinito e fotografando con la macchina da presa situazioni e personaggi del passato, fa in modo di renderli immortali. E la memoria, elemento essenziale al fine di far sì che il passato non si ripresenti. O, ad ogni modo, al fine di far sì che si tenga sempre a mente la storia e tutto ciò che la stessa porta dietro di sé. Costanti, queste, all’interno della poetica di Loznitsa che troviamo anche nel presente State Funeral, presentato fuori concorso alla 76° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

Ci troviamo a Mosca, il 5 marzo 1953. Una data, la presente, a dir poco decisiva per tutta l’Europa dell’Est. Essa, infatti, è la data dei funerali di stato di Stalin, nonché momento di centrale importanza storica per quanto riguarda la fine della dittatura. E il popolo, dal canto suo, come reagisce? Numerosi filmati di repertorio, molti dei quali del tutto inediti, ci mostrano folle in lacrime fare lunghe file per rendere omaggio al feretro, o, ad ogni modo, accalcate per le strade della città.

E così, con un sapiente lavoro di montaggio, Loznitsa alterna ora immagini in bianco e nero, ora momenti a colore, atti a indicarci come il passato continui a ripresentarsi ancora oggi, per un numero copioso di cittadini che – mai risvegliatisi da questa forma di illusione indotta dal terrore – persino ai giorni nostri, continua a riunirsi ogni anno – il 5 di marzo – al fine di commemorare il dittatore defunto.

State funeralIl risultato finale è qualcosa di imponente, di maestoso. Proprio come stanno a trasmettere i numerosi colpi di cannone sparati – al termine del documentario – che, a loro tempo, hanno reso omaggio alla figura di Stalin durante le sue esequie. E Sergei Loznitsa, dal canto suo, solito ricercare spesso – durante la realizzazione dei propri lavori – filmati di repertorio (altro inconfondibile marchio di fabbrica della sua cinematografia), è stato particolarmente abile nel ricostruire quel momento storico, facendo sì che lo spettatore stesso si rendesse realmente conto del potere che il dittatore ha avuto sulle menti del suo popolo.

Testimone di un intero secolo grazie alle sue opere, il documentarista ha creato una serie di preziosissimi documenti storici – da Portrait (2002) a The Event (2015), senza dimenticare gli ottimi Austerlitz (2016) e The Trial (2018), giusto per fare alcuni nomi – che, oltre a presentarsi come pezzi di puzzle atti a ricostruire la storia del secolo scorso, si classificano di diritto come opere d’arte di tutto rispetto, all’interno delle quali un sapiente lavoro di sottrazione si è dimostrato praticamente sempre la soluzione vincente.

Stesso discorso vale per il presente State Funeral, presentato – come spesso accade durante la storica manifestazione lidense – fuori concorso, ma che, di fatto, si è rivelato molto più adatto a concorrere per il tanto ambito Leone d’Oro rispetto ad alcune opere selezionate. Ed è proprio questa la cosa che, se si pensa all’accoglienza di Sergei Loznitsa in Italia, lascia maggiormente l’amaro in bocca: il fatto di venire relegato in spazi prevalentemente marginali, senza aver mai avuto modo – almeno fino a oggi – di vedere qualche suo lavoro finalmente distribuito anche nelle nostre sale.

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