Cominciano a uscire nelle sale i film passati a Venezia e cresce la delusione nello spettatore medio (ammesso che costui esista ancora). Tolti pochi titoli cari ai soli cinefili (tipo gli ultimi film di Assayas, Gilliam e Cuarón) per il resto quasi nulla di quello che vorrebbe uno spettatore non addetto ai lavori ed estraneo alle logiche partigiane degli esperti divisi per bande rivali l’una contro l’altra armate.

Tante storie già viste ma nessuna vera novità sul piano del linguaggio e nessun discorso su quello che siamo invece che su quello che eravamo, storie che non anticipano quello che saremo ma che restano appiattite su quell’oggi che già la televisione ci restituisce senza alcuna chiave metaforica per non dire poetica.
Il cinema in atto rimastica temi, formule e stilemi già collaudati in passato e non è capace di far vedere l’invisibile che si nasconde dietro il visibile (come vorrebbe Godard). Si tratta di un cinema stretto tra inutili biopic e storie vere truccate, un cinema bulimico di storie ma avaro di discorsi, come provano l’assenza di soggetti originali e la corsa dei produttori a opzionare titoli di romanzi di successo che sembrano a loro volta scritti per lo schermo e questo secondo una logica regressiva che mortifica l’autonomia artistica del film come arte.
A trarre vantaggio da questa tendenza sono le serie tv, vale a dire i luoghi della narratività senza fine dove abbondano i fatti ma è assente il senso (il contrario del cinema classico d’autore, ma anche di genere, dove dietro ogni storia c’era un senso riconoscibile senza sforzo ermeneutico).

Il pericolo è che, impegnato a cercare trame, il cinema finisca con il tramare contro se stesso a vantaggio del solo intrattenimento superficiale o peggio della sfera della semplice comunicazione la quale è la nemica mortale della Poesia (quella poesia che se è assente in un film fa di questo due chilometri di vile pellicola impressionata, come ebbe a dire lo studioso peraltro materialista Umberto Barbaro).
Per fortuna oggi grazie ai DVD possiamo vederci o rivederci i vecchi film e capire cosa era il cinema-cinema prima di diventare un bastardo audiovisivo quale è quello odierno (quel vecchio cinema classico rimpianto, ad esempio, dallo scrittore spagnolo Javier Marias  il quale come copertina del suo ultimo romanzo ha utilizzato un fotogramma tratto dal western anni ’50 di Anthony Mann L’uomo di Laramie con l’immagine di James Stewart minacciato da tre pistole).
Dinanzi a questa deriva narratologica la speranza è che la memoria del grande cinema sia presente nei sempre più numerosi giovani filmaker refrattari ai richiami della comunicazione bugiarda e univoca, giovani che combattono affinchè ciò che non è diventi ciò che è.

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