Prima o poi anche i supereroi finiscono sul lettino dello psicanalista.
E’ quanto accade adesso in Glass, ultimo film di Manoj Night Shyamalan, dove a venir sottoposto ad analisi è un gruppo di tre noti supereroi. Esso è composto dal supercriminale Elijah Price soprannominato “l’uomo di vetro” a causa di una malattia genetica che lo rende fragilissimo, da David Dunn  giustiziere indistruttibile (già visto in azione insieme a Elijah nel precedente film del regista Unbreakablee dallo psicopatico criminale chiamato “l’Orda” (anche lui già visto in Split).
I tre vengono rinchiusi in una casa di cura per malattie mentali e affidati  alle cure della psichiatra dottoressa Ellie la quale si impegna nell’opera di far riemergere in ciascuno di essi la loro normale natura umana alterata in direzione mito-maniacale  a causa di esperienze traumatiche vissute in passato.


Il merito del regista indiano è quello di aver applicato di nuovo la lezione di Freud a casi umani incredibili, come aveva già fatto in The village (sulla paranoia collettiva) e in  Split (sulla scissione della personalità) e di aver  divulgato alcuni principi chiave della psicoanalisi servendosi di storie fantastiche destinate al grande pubblico. Alcuni personaggi dei suoi film precedenti vengono ripresi e fatti interagire a conclusione di una trilogia con il risultato di produrre una circolarità del paranormale dalla indubbia suggestione psichica unita a suspence narrativa.

Un’altra conferma, questa fornita da Glass, della presenza sempre più determinante  della psicoanalisi  nell’odierno cinema spettacolare, visti anche i precedenti casi di eroi come Batman e Spiderman interpretati secondo l’ottica freudiana.

In passato la psicoanalisi nel cinema era stata un’esclusiva di Hitchcock, il quale l’aveva fatta conoscere a tutti insieme a termini quali “rimozione”, “nevrosi” e “transfert” con  opere come Io ti salvero, Marnie, Psyco, oppure di grandi registi come Pasolini del quale non si puo’ capire Edipo resenza tener presente il noto complesso studiato da Freud e il collegato desiderio del “ritorno all’origine”.

Oggi il cinema estende l’analisi  ai supereroi dei fumetti, personaggi immaginari in cui ci rispecchiamo noi tutti  con i nostri personali deliri  prometeici ma  anche con le nostre inconfessate fragilità. Omologo a questa operazione è anche il ricorso in altri film al motivo del “viaggio dell’eroe” (un motivo studiato da Jung come metafora della ricerca del Sé) che vediamo utilizzato nel recente fantasioso Aquamanseppur con qualche ingenuità e con molte assurdità che però funzionano sul piano puramente spettacolare in una cruenta favola ambientata tra mito e proto-storia.  Queste, e altre simili, sono opere di un cinema popolare che assolve freudianamente la sua brava funzione catartica a favore di noi attuali spettatori sempre più inibiti (e moderatamente nevrotici).

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