Gioia (poca) e dolore (molto e repentino). Sono queste le due facce della medaglia in The Handmaid’s Tale, il racconto distopico tratto dal romanzo di Margaret Atwood ora serie tv di successo di HULU che torna con la seconda stagione anche in Italia su TIMVision.

La stagione si apre dove ci aveva lasciato il primo sorprendente ciclo di episodi, che ha fatto manbassa di premi e riconoscimenti in un periodo così incentrato sul #metoo. Difred (Elizabeth Moss), l’ancella protagonista, è sul camion che la porterà non sa dove dopo aver disubbidito a Zia Lydia e dove l’amante/autista Nick le ha consigliato di salire. Subito tutto si fa luce (e buio). La luce che si intravede da fuori e le dà per un attimo la speranza di essere finalmente libera, per scoprire poco dopo con grande rammarico e sofferenza di essere stata portata al patibolo insieme alle altre ancelle disubbidienti per farne un esempio.

Lei però ora è incinta del figlio del Comandante Waterford (o meglio, di Nick) e questa potrebbe essere la sua carta vincente in questa seconda stagione. Perché, si sa, in questo futuro distopico e post-apocalittico dove le donne sono comunemente sterili, una donna feconda e per giunta gravida è un vero e proprio miracolo di Dio. Sotto il suo Occhio. Nonostante Difred sappia bene che non potrà crescerlo lei ma che le verrà tolto una volta nato per essere affidato ai ricchi che governeranno il mondo, ovvero i Comandanti e le loro Mogli. Di nuovo un briciolo di felicità e subito dopo tanta sofferenza. Inaudita sofferenza, che non si vorrebbe vedere sullo schermo e con cui gli autori capitanati dallo showrunner Bruce Miller ci costringono a fare i conti in almeno 3-4 sequenze della sola prima puntata. Le punizioni esemplari a cui vengono sottoposte le ancelle servono da monito a non commettere gli stessi errori, e a disturbare profondamente lo spettatore, per risvegliare il suo disagio più interiore e primario. Per capitolare tutta la sua attenzione.

Se la prima stagione era intrisa di staticità visiva e narrativa per rappresentare lo stato d’animo e fisico di Difred, intrappolata in questa situazione distopica senza via d’uscita, sul finale si era schiusa una porta che ora sembra spalancarsi: sarà davvero così? Quasi una parabola a specchio, nel secondo episodio ci viene presentata invece la situazione attuale di Diglen (Alexis Bledel) dopo la sua sovversione nel finale del primo ciclo. Facciamo così un viaggio nelle famose Colonie spesso nominate nella prima stagione e mai esplorate nel libro della Atwood. I territori contaminati dove le cosiddette “non donne” vengono recluse con il solo scopo di eliminare le radiazioni dal terreno: qui, la speranza di vita varia dai sei mesi ad un massimo di due anni. Nelle Colonie la sofferenza è continua e senza via d’uscita: sporcizia, infezioni, un perpetuo duro lavoro “da uomini”. Nel frattempo i flashback ci mostrano per la prima volta il “prima” di Diglen, il suo essere una donna omosessuale felicemente sposata e con un figlio, il suo rapporto con la moglie e con l’università dove insegnava. I flashback rimangono però momenti accennati, sempre “un po’ di qua”, non piena parte del racconto, un ricordo vago e che svanisce ogni giorno un po’ di più, in cui i sentimenti sono quasi soffocati come se i protagonisti sapessero che qualcosa di terribile sta per avvenire.

Alla statiticità della prima stagione si sostituisce, anzi si evolve, un moto perpetuo che potrebbe – ma lo farà davvero? – scatenare una vera Rivoluzione, senza però rinunciare ai lunghi silenzi, ai fermi immagine, all’indugiare sulle espressioni costantemente contrite delle Ancelle e di cui la premiata Elizabeth Moss è maestra. Una vera eroina postmoderna frutto di tutto ciò che è accaduto prima di lei. Le inquadrature, soprattutto quelle dall’alto, e i campi totali, lunghi e lunghissimi giocano molto sulla composizione: quasi una danza dolorosa e inevitabile per le ancelle. Una fotografia che spicca per il contrasto di colori e un sonoro che indugia sul respiro affannato delle Ancelle.

La perdita dei diritti, di questi tempi, è una paura concreta, ecco perché arriva così duramente e così direttamente allo spettatore, soprattutto al pubblico americano della presidenza Trump. In tempi di femminismo imperante, nel mondo dello spettacolo come altrove. In questo costante bisogno di diritti delle minoranze, The Handmaid’s Tale è arrivata quasi come Manifesto. Sia benedetto il frutto. Possa il Signore schiudere.

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