Quando nel maggio 1897 Oscar Wilde esce di prigione, indebolito dalla devastante esperienza carceraria che segue alla condanna per sodomia, non gli restano che tre anni da vivere. Li trascorre all’estero, sostenuto da un piccolo sussidio versatogli dalla moglie e dalla carità di pochi amici, umiliato dal tracollo finanziario e cacciato da un albergo all’altro come una lepre dai cani. E avendo perso la fiducia nella vita non riesce a scrivere più nulla, torna ad unirsi con quel Lord Douglas che pure è responsabile della sua rovina e a circondarsi di ragazzetti di vita prezzolati. Precipita così nell’abisso dell’autodistruzione: dalle bianche scogliere di Dieppe alla suburra napoletana fino al povero albergo nel quartiere latino dell’amata Parigi, dove muore di meningite all’alba del nuovo secolo.

Non poteva che cominciare con The Happy Prince (leggi la recensione) il debutto di Rupert Everett alla regia: il “progetto del cuore” a lungo meditato e realizzato solo grazie al successo trionfale di The Judas Kiss, dramma di David Hare sugli ultimi mestissimi anni di Wilde che gli ha fatto riguadagnare – nel ruolo del grande autore – il favore della critica e del pubblico dopo una carriera un po’ appannata, ma soprattutto i finanziamenti necessari per la sua opera prima. Non solo perché a suo tempo ne aveva già imitato le pose da dandy sospiroso e smidollato negli adattamenti cinematografici di An Ideal Husband (1999) e The Importance of Being Ernest (2002), ma perché il rapporto che lega l’attore a Wilde sfiora da sempre il culto che si riserva alle divinità supreme. Certo, Everett non ha dovuto subire processi e ha indossato la sua omosessualità con una disinvoltura ben diversa da quella consentita all’epoca della regina Vittoria, ma le analogie col padre putativo sono tante. Assetati di celebrità, egoisti, collezionisti di amori, frivoli, provocatori, entrambi hanno conosciuto le luci della ribalta e i crepuscoli del divismo. Ecco giustificato, quindi, il desiderio di scrivere, dirigere e recitare in un film che è un coraggioso atto d’amore, prima ancora che un tributo dovuto.

 

 

La scelta di concentrare l’attenzione sulla caduta di Wilde anziché sugli onori giovanili, di calarsi nei panni dell’esteta fiaccato nel corpo e nell’animo che sa di non resistere alla seduzione del piacere, passano attraverso una regia cupa e malinconica che trova nella metafora della favola la sua principale chiave interpretativa. In The Happy Prince, la fiaba che dà il titolo al film e che Everett/Wilde racconta agli amatissimi figli prima e a due ragazzi di strada poi, il sacrificio del giovane sovrano trasformato in una statua preziosa – mai sfiorato dal dolore in vita e ora afflitto dalla contemplazione delle disgrazie altrui – è quello di Wilde spogliato, gioiello dopo gioiello, del proprio genio, dei propri beni, del proprio nome dall’ipocrisia di una società che non è disposta a tollerare i comportamenti omosessuali se non dietro una maschera di silenzio e vergogna.

C’è un episodio che ricorre insistentemente nella memoria del Wilde di Everett molto più dei suoi paradossi insolenti: la gogna pubblica a cui viene sottoposto per mezz’ora davanti al binario centrale di Clapham Junction prima dell’arrivo al carcere di Reading il 13 novembre 1895. Nel vederlo inerme e ammanettato, la reazione della gente passa immediatamente dalla curiosità alle risate di scherno fino agli sputi. Nulla di più ovvio che l’egocentrismo congenito di Wilde accarezzi l’idea di vedere in quel momento se stesso come una replica del Cristo alla Colonna, oltraggiato dal popolino. Di qui ad assumere il ruolo sublime del santo non c’è che un passo ed Everett lo compie d’un balzo ricavandone una sorta di allegoria cristologica. Come da manuale, ci sono i fidati apostoli Robbie Ross e Reggie Turner che lo scortano nei suoi vagabondaggi salvandolo puntualmente da se stesso o dalle persecuzioni dei filistei di turno, c’è la moglie adorata come una madonna e abbandonata a un destino di solitudine, c’è il Giuda Bosie che chiede e ottiene il perdono dal Maestro, c’è persino l’estremo untore che sul letto di morte lo consegna a Dio da cattolico romano.

 

 

Ma viene da chiedersi se Everett non abbia un po’ ecceduto nella santificazione della vittima sacrificale reinterpretando le ritrattazioni in materia religiosa che Wilde affida al De Profundis. Sicuramente la famosa lettera dal carcere ridonda di accorate professioni di fede per effetto della sofferenza scaturita da quella prova, ma vi figurano anche stati d’animo violentemente contraddittori: al pentimento più acre si alterna la fierezza delle proprie scelte passate; il biasimo nei confronti di Bosie si stempera nella struggente disponibilità alla riconciliazione; infine, la scoperta di una dimensione religiosa è a tal punto controbilanciata dalla propria grandezza di artista da consentire forzature intellettuali inaccettabili come quel peculiare Gesù trasformato in icona di un romanticismo senza tempo.

Si potrà rimanere turbati dalla complessità straordinaria di Wilde che, alternativamente, si cosparge il capo di cenere per assumere subito dopo valenze quasi demoniache, ma non si dovrà mai cedere alla tentazione – l’errore fatale di Everett – di disgiungere la contrizione sincera nel dolore da un misticismo comunque per lo più di facciata. In fondo, Wilde non approva, del sacrificio, né l’autonegazione né la presunta utilità sociale. Lo rivela persino la morale della favola su cui Everett costruisce l’apologia del suo eroe decaduto. Il principe e la rondine (che diventa strumento della sua autodistruzione) non aiutano veramente nessuno: lo zaffiro piovuto dal cielo attenua i disagi economici del giovane scrittore, ma non gli insegna la modestia; tornando a casa con una gemma nella mano, la piccola fiammiferaia riuscirà al massimo a evitare le botte; e scomparsa la statua del Principe Felice che veglia su di lei, la città resta gretta come prima. Insomma, meglio godersi la vita senza troppe complicazioni, almeno finché si può.

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