The hateful eight è l’ottavo film di Quentin Tarantin, il secondo western dopo Django unchained.

Qualche anno dopo la Guerra civile americana, una diligenza si fa strada nel paesaggio invernale del Wyoming diretta verso Red Rock, a bordo il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) che accompagna alla forca la sua prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh). A questa strana coppia si uniscono lungo la strada il maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), veterano della guerra di secessionethe-hateful-eight-debuts-first-teaser-trailer diventato spietato bounty killer e Chris Mannix (Walton Goggins), un rinnegato del sud che sostiene di essere il nuovo sceriffo della città verso la quale sono diretti. Una tempesta di neve blocca il tiro a sei cavalli presso l’emporio di Minnie, dove quattro loschi figuri aspettano che la bufera si calmi. Qualcuno tra loro dice di essere quello che in realtà non è, la tensione sale e la violenza prende il sopravvento sugli squisiti dialoghi.

Quentin Tarantino sceglie per The hateful eight il formato più epico del cinema: il 70mm.

Formato enorme, esagerato, perfetto per gli sconfinati e innevati paesaggi del Wyoming, che il regista sfrutta al meglio nella parte iniziale del film, portandoci in uno scenario selvaggio e spaventoso nella sua vastità. Poi l’interno, gigante. Dove a far paura non è la forza della natura, ma la crudeltà e la violenza di cui solo l’uomo è capace.

Schermata 2016-02-03 alle 16.33.03Le immagini del film, grazie soprattutto al formato, sono bellissime, la fotografia di Robert Richardson illumina e scalda la granulosa pellicola, la luce rimbalza sugli oggetti e sui volti rendendo The Hateful eight vivo e affascinante: una meraviglia per gli occhi che non si stancano ad ondeggiare nella stanza per poi fermarsi di colpo a causa di uno sparo o di un sovrabbondante schizzo di sangue. Il freddo e il caldo dell’unica ambientazione sembrano rispecchiare l’animo dei seducenti, grezzi ed elegantissimi personaggi che popolano questo film e il nuovo west targato Quentin Tarantino.

Il Maestro (e dopo questa ennesima perla, ha tutto il diritto di essere chiamato così) sembra dirci: “non chiamatelo solo western” infatti tra i topoi del genere c’è l’ambientazione e la costruzione dei rudi personaggi, ma si tratta più che altro di un thriller/giallo che deve tanto ad Hitchcok quanto ad Agatha Christie e alla letteratura di genere.

Disseminando la pellicola di rimandi, citazioni e autocelebrazioni dei capolavori del cinema, da Ombre rosse a Nodo alla gola, da Reservoir dogs a Django Unchained, Tarantino, con l’ironia che lo contraddistingue e il gusto quasi perverso per il sangue, ci fa assistere ad un massacro cruento e spietato, un trhiller che scorre via senza freni (nonostante la durata di quasi tre ore), allarmante come la bufera e il freddo che imperversano fuori dall’emporio di Minnie, inquietante come la cattiveria e l’odio che si impongono all’interno di esso.

L’ottavo film del Maestro del pulp è un capolavoro di scrittura, sia in fase di sceneggiatura che in quella di ripresa, non c’è niente fuori posto o ridondante, niente di eccessivo, forse solo la felicità che si prova dopo la visione e l’amore che Tarantino ha per il cinema e il suo mestiere che non perde occasione di ribadire e dimostrare.

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